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PUGLIA CALABRIA NEWS TARANTO Operai che allevano cozze «Così l'Ilva ha cambiato il mare»

7 Giugno 2013, 10:24am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Le vasche dell'Ilva

 

553987 4875306964196 493515398 nINSERITO DA ANGELA CECERE

Cinque fratelli, un casotto e le idrovore dello stabilimento «Con le pompe attive le barche non galleggiano più» TARANTO - La sintesi di una storia, fisicamente, sta in mezzo alla storia di Taranto. Tra la foce del fiume Galeso, dove tutto nacque, e le idrovore dell ’Ilva, dove tutto rischia di finire. Giù a riva, nel primo seno del mar Piccolo, in linea retta con il famigerato camino E312 che al tramonto di ieri continuava a sbuffare stancamente fumo, i fratelli Resta armeggiano ogni giorno attorno al piccolo deposito che papà Francesco, 75 anni festeggiati avant’ieri, mise in piedi per dare sfogo alle sue passioni: la pesca e la coltivazione delle cozze. I suoi dieci figli, nove maschi e una femmina (l’ultima arrivata), di quel fervore hanno subìto il contagio. «Quando posso - dice Antonio, il portavoce della compagnia - all’alba vengo qui, salgo in barca e me ne vado al largo a cercare di tirar su dal mare qualcosa di buono». Quando può, certo, perchè Antonio è caposquadra all’Acciaieria 1 e fa il pescatore per hobby, anzi «per amore e tradizione», nei ritagli di tempo fra fabbrica, famiglia e la passione civile a difesa del quartiere Tamburi. Non è l’unico della casa, però, a dividersi tra l’acqua a valle e il fuoco a monte. La cozze di Taranto Altri suoi quattro fratelli lavorano nel Siderurgico. Cosimo, tubista, è un dipendente diretto (ora) di Bondi. Alessandro, Giuseppe e Giovanni, invece, sono impiegati part-time con aziende dell’indotto che all’interno dello stabilimento si occupano di ristorazione e pulizie industriali. Un sesto, Claudio, mitilicoltore come Alessandro e a differenza di Giuseppe che fa il pescatore, fu mandato via dall’Ilva nel 2009 dopo 13 mesi da interinale: «Combinai un casino», ricorda quasi divertito mentre ripulisce gli alveari dei "semi" di cozze e prepara la scialuppa per la gita alle vasche che trasferiscono agli altiforni migliaia di litri di mare al secondo. Scopo: il raffreddamento degli impianti. «Non mi rinnovarono il contratto in quanto bloccai una portineria durante uno sciopero. Non penso sia stato un male - sostiene Claudio - e non invidio i miei fratelli che stanno buttati là dentro. Se devi curarti una malattia, e qui le malattie si prendono facilmente, a cosa servono quei mille euro al mese che guadagni?». Si sale a bordo. Claudio accende il motore del barchino che trascina la lancia più capiente e, nella placida navigazione verso il gigantesco serbatoio, Alessandro racconta una crisi d’identità e il congedo da un’epopea. «In questo seno del mar Piccolo, ora, possiamo coltivare solo il seme della cozza. Troppa diossina. Il frutto può crescere fino a un massimo di tre/quattro centimetri. Dopo, per la sua maturazione, dobbiamo traghettarlo in mar Grande nella zona che ci hanno assegnato. Dinanzi alla Lega Navale. Dove si contano all’incirca quindici scarichi fognari e le acque non sono state ancora classificate. Quando lo faranno e le troveranno inquinate, magari ci sposteranno in duemila di noi a Ginosa Marina. Intanto a Venezia, sui cartelli delle pescherie, c’è scritto "Non vendiamo le cozze di Taranto". Erano il nostro documento di riconoscimento. Ce lo stanno stracciando». Quando la barca approda a ridosso del recinto acquatico installato dall’Ilva per rifornire le condotte che fendono le fondamenta dei Tamburi, non si sente il rumore di pompe in azione: «L’assorbimento avviene 24 ore su 24 - spiega Antonio - con una tecnica a cascata che guida naturalmente il corso dell’acqua. Le pompe entrano in funzione in condizioni di bassa marea. E in questo caso si verifica un fenomeno incredibile: è talmente tanta l’acqua risucchiata, che dal mar Grande spesso non arrivano i getti sufficienti per la compensazione e le barche, anziché galleggiare, si siedono sulla sabbia». «A compensazione avvenuta però - riattacca Alessandro - l’eccesso di salinità proveniente dal mar Grande snatura il microclima del primo seno, alimentato dai citri di acqua dolce. Così la cozza, che già si vede sottrarre molto plancton dall’aspirazione delle idrovore, non trova più il suo habitat naturale e disperde una parte del suo leggendario sapore». «Fosse per noi - chiude Antonio, colui che ha denunciato il pericolo delle gallerie sotterranee alla scuola Deledda - preferiremmo il mare alla fabbrica. Però mai come oggi c’è da portare il pane a casa». Di là Claudio riordina i filari di seme e scuote un po’ il capo. Michele Pennetti.

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

07.06.2013.

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