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PUGLIA CALABRIA NEWS BARI Sfruttamento e costi stracciati «I cinesi hanno ingoiato il distretto»

5 Luglio 2013, 11:35am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Un laboratorio cinese

 

553987 4875306964196 493515398 nINSERITO DA ANGELA CECERE

Tra Puglia e Basilicata lavorano a 0,18 euro al minuto. La Natuzzi paga 0,92 euro. La concorrenza è impossibile BARI — Sono tante, spesso invisibili, e utilizzano un sistema che alimenta la grande catena dell’illegalità finendo per essere l’unica soluzione anti crac. Le aziende contoterziste del salotto parlano sempre più la lingua cinese e continuano a inglobare opifici che un tempo erano l’orgoglio del distretto del salotto. I più informati parlano di una quarantina di unità produttive (ma molte sono collegate a catena tra di loro) presenti in tutto il distretto, ma concentrate soprattutto a Matera (zona Paip 1 e 2, La Martella), Modugno e Altamura (sulla strada statale 96). E da qualche tempo anche a Santeramo in Colle. Crescono e si moltiplicano. Il motivo? Basta parlare con i piccoli imprenditori che hanno chiuso l’attività soffocati dai debiti. Ecco il resoconto e le quotazioni del costo del lavoro. La Natuzzi di Santeramo (che ha comunicato la messa in mobilità di 1.720 dipendenti su 2.700 tra Puglia e Basilicata) ha un costo industriale — personale, costi di struttura — di 0,92 euro a minuto. Questo significa che mediamente una giornata di 8 ore costa all’azienda 441 euro. Prendendo in esame la produzione di un divano a tre posti sono necessari 150 minuti per terminare e portare in magazzino il sofà: 50 per il taglio, 50 per cucire, 50 per assemblare. Ciò significa che la quota parziale è 138 euro. Poi si devono aggiungere i costi di legno, imbottiture, pelli, imballaggio. Il tutto per un prezzo stimato almeno mille euro. L’ultimo passaggio è la spedizione e, in alcuni casi, la provvigione all’agente di vendita. Seguito dalla creazione dell’utile e dal pagamento delle tasse su tale valore. «Ma chi vive nel distretto e lavora nel mondo reale — spiega L. R., piccolo imprenditore di Santeramo la cui azienda è fallita per mancanza di liquidità — sa che il contolavoro cinesi ha dei prezzi insostenibili per qualsiasi realtà italiana che rispetti le regole. Il committente consegna le materie prime, imbottiture, fusti e pelli, e ritira il prodotto finito nelle migliori delle ipotesi a 0,18 euro a minuto e con la garanzia della qualità del prodotto. Sono entrato in questi stabilimenti e le condizioni igieniche e di sicurezza sono più che precarie. Lavorano donne in gravidanza e per le fabbriche si aggirano bimbi scalzi e che giocano con forbici taglienti». Sviluppando il calcolo dei costi significa che anziché pagare 138 euro per la manodopera il committente paga 27 euro. «Non bisogna cadere nell’errore di considerare solamente questa cifra — prosegue l’imprenditore «fallito» — perché chi entra nella spirale dell’illegalità è colui che non paga le tasse, che non smaltisce i tessuti e gli avanzi delle imbottiture. Ciò comporta che un divano finito può costare al committente anche 400 euro compreso di materie prime». In fondo basterebbero pochi accorgimenti per sconfiggere il fenomeno, tra cui aumentare i controlli. «Anche questo non è semplice — conclude — perché alla base c’è un’organizzazione quasi perfetta. Solo pochi cinesi escono dalle fabbriche e hanno sistemi di fuga per non farsi trovare quando ci sono le ispezioni. La loro cultura è di riconoscenza nei confronti di chi li ospita e solo dopo un po’ di tempo possono acquisire una propria autonomia. D’altronde le ditte cinesi sono registrate alla Camera di Commercio con un numero contenuto di dipendenti. Tutto viene pagato in contanti e dopo due anni l’azienda chiude i battenti per essere riaperta con un altra ragione sociale». Nei negozi della grande distribuzione i divani a tre posti sono in promozione a 500 euro. Soddisfa il consumatore, meno chi dovrà chiudere la propria attività. Vito Fatiguso

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

05.07.2013.

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