PRIMO PIANO PADOVA UCCISA DAL SUV, LA ZIA: "QUELLA DONNA DEVE FARE LA STESSA FINE"
INSERITO DA ANGELA CECERE
PADOVA - «Per noi il sole non sorgerà più. Non abbiamo più nulla. Solo il buio. Per quanto mi riguarda, attendo solo il momento in cui starò di nuovo con Giulia. Prima, però, ho un conto da regolare con chi ce l’ha portata via». Mara Martellotto è la zia della ragazzina investita e trascinata per quattro chilometri. Non si muove dal luogo dell’incidente, a Santa Giustina in Colle (Padova). Il suo sguardo è fisso nel vuoto. Con le mani palpa l’erba, quasi ad accarezzare il sangue, "sangue del mio sangue" come dice lei stessa, di cui è ancora intriso il terreno. Aggiusta il mazzo di fiori senza smettere di raccontare il suo dramma. «Voglio andare a prendere con le mie mani quella donna. Voglio imbragarla come un salame, attaccarla al gancio-traino della macchina e farle fare la fine di mia nipote». «Perchè, perchè, perchè non si è fermata? Giulia si sarebbe salvata», urla poco distante Sara, 19 anni, sorella minore della vittima. Il viso è sconvolto, gli occhi azzurri una fontana di lacrime. Ieri mattina ha chiesto alla zia di ripercorrere quel maledetto tragitto, ancora ben evidenziato dalla scia di sangue impressa sull’asfalto, che separa la loro abitazione da quella dell’investitrice. «Io non posso vivere senza di lei. Non ho fatto a tempo a dirle quanto le volevo bene. Lei invece mi ha dimostrato un amore immenso», continua disperata. «Le persone malate devono stare a casa, non mettersi al volante. I parenti dell’automobilista che ha ammazzato mia sorella, e rovinato la nostra famiglia, dovevano sorvegliarla. Auguro loro di avere tanto rimorso per non averlo fatto». La zia Mara non si dà pace. La "via Crucis" di Giulia l’ha ripercorsa più volte, a piedi e in macchina. Da sola e con i parenti. Ma non bastano ancora. Vuole rivivere per l’ennesima volta l’orrore che ha patito la "sua" ragazzina modello in quegli allucinanti sette minuti di strazio. Sale in macchina con noi, quasi che sfogarsi la aiutasse per qualche istante a lenire il dolore. «Giulia era qui - segna con l’indice il punto sul ciglio della strada dove sono state trovate le scarpette da ginnastica e dove Marina, madre della vittima, vuole realizzare un capitello - e i segni della ruota del suv si vedono ancora sull’erba schiacciata. La macchina è uscita di strada, proprio davanti all'ingresso della casa di mia nipote, ma la conducente, invece di fermarsi a soccorrere la nostra ragazza, è ripartita trascinandola via, agganciata nella morsa infernale della carrozzeria. Chissà quanto ha patito Giulia, chissà cosa ha pensato mentre in quella drammatica corsa passava davanti al suo giardino, ai luoghi che conosceva e amava, sapendo che non li avrebbe più rivisti perché stava andando incontro alla morte». «Guardi - dice indicando la linea bianca continua che delimita il lato destro di via Ceccarello - il rivolo di sangue si vede ancora, nonostante per pulire sia stata usata l’acqua di due autobotti. In questo tratto Giulia era ancora viva. Ferita, ma viva. Si dimenava, urlava, ma quella pazza al volante non ha frenato. Anzi, è andata avanti procedendo a zig zag, come evidenzia senza ombra di dubbio la scia di sangue impressa sulla strada. Non si è fermata dove c’è il lampeggiante dell’attraversamento pedonale e neanche prima delle strisce zebrate. E neppure all’incrocio con via Trieste». «Qui - aggiunge davanti all’officina Zambolin - c’è ancora la traccia di un’uscita di strada, che ha fatto sbattacchiando qua e là la povera Giulia inerme, che nel frattempo perdeva pantaloni, felpa e biancheria: è arrivata nuda all’appuntamento con la morte, lei che era pudica in modo inverosimile. L’auto ha sbandato anche davanti al civico 13 e al 7 di via Trieste e poi è rientrata sulla carreggiata. Al semaforo ha rallentato e in quel punto credo che il Suv abbia schiacciato Giulia, perché proprio lì c’è una pozza di sangue, che si trascina, quasi macinata dal battistrada, sino al maledetto garage dove ha finito la corsa dell’orrore. Penso che proprio al semaforo mia nipote sia morta. Il Suv ha svoltato in via Margarise finendo in mezzo alla strada e quel povero corpo martoriato, come dimostrano i segni rossi del sangue, è finito più volte sul cordolo del marciapiede. Ghiaia, cemento, non le è stato risparmiato nulla nella mattanza». In via Petrarca ad Arsego dove risiede Fiorenza Benetton il segno delle gomme del Suv di colore rosso è agghiacciante. «In questi 4 chilometri di asfalto - singhiozza la signora Mara - Giulia ha perso tutto il sangue che aveva in corpo. Mia nipote, morta dissanguata, ora è in un sacco nero di nylon. Non so neanche se ce la faranno vedere prima della sepoltura, perché ci hanno detto che è meglio di no. Avevamo un angelo in casa. Adesso la nostra famiglia è piombata in una tragedia da film dell’orrore».di Nicoletta Cozza
LEGGO.IT
02.06.2013.
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