PRIMO PIANO NOVARA CAROLINA, SUICIDA A 14 ANNI. MOBILITAZIONE SUL WEB: "DI CYBERBULLISMO SI PUÒ MORIRE"
INSERITO DA ANGELA CECERE
NOVARA - «Vergognatevi», «Quando vi accorgerete che di cyberbullismo si può morire, non ci saranno più adolescenti», «Fate schifo»: sono alcuni dei messaggi che oggi riempiono le pagine Facebook di adolescenti legati a Carolina, la quattordicenne novarese che si è tolta la vita il 5 gennaio scorso perché umiliata sul web. LA MAMMA PARTE CIVILE La mamma, intanto, ha annunciato, tramite il suo avvocato, che è pronta a costituirsi parte civile in caso di processo. Otto i ragazzi, tra i 15 e i 17 anni, indagati dalla Procura dei minori con l'accusa di istigazione al suicidio e detenzione di materiale pedopornografico. Un atto dovuto per l'esercizio di alcune attività investigative, ma clamoroso e che è stato colto subito dagli stessi social network diventati l'incubo di Carolina. Così come dopo la sua morte si era scatenato un tam tam di adolescenti che accusavano i cyberbulli, dopo che si è diffusa la notizia degli avvisi di garanzia, i post lanciati via etere sono tutti di condanna. LA SORELLA: "COLPEVOLI" Gli avvocati dei ragazzi coinvolti non rilasciano dichiarazioni, così come i familiari di Carolina. Solo la sorella Talita attraverso Facebook ha fatto sapere il suo stato d'animo nei confronti degli indagati: «Spero che la vostra coscienza, se ne avete una, non vi lasci in pace. Mi auguro che sarete processati e giudicati colpevoli». La mamma, tramite l'avvocato Andrea Fanelli di Torino, ha già preannunciato l'intenzione di costituirsi parte civile. LE INDAGINI Le inchieste, intanto, dopo gli avvisi di garanzia vanno avanti. Oltre all'inchiesta della Procura per i minori di Torino, ne è stata aperta un'altra, per opera della Procura di Novara, per i mancati controlli su Facebook, dove sono stati postati i filmati che ritraevano la ragazza durante una festa. Un filone quest'ultimo che si presenta non facile da percorrere, considerata la sentenza che a febbraio ha assolto in appello Google. Una legge del 2003 ritiene, infatti, che i provider non sono responsabile dei contenuti diffusi in rete. Secondo l'ipotesi dell'accusa, però, il suicidio dell' adolescente potrebbe essere stato istigato proprio dalle violenze perpetrate via web. Violenze verbali ed esercitate attraverso le immagini della ragazza. Immagini rubate che da quando divennero di dominio pubblico attraverso il social network, misero un macigno sul cuore di Carolina. Vedendosi ritratta ubriaca, seduta sul water o sdraiata su un divano, Carolina aveva reagito chiudendosi in se stessa. Finché, come ha scritto anche in uno dei biglietti confidenziali alle amiche, non ha retto più le derisioni e gli insulti che le venivano rivolti: «Perdonatemi - scrisse - non sono forte».
LEGGO.IT
26.05.2013.
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