NEWS ITALIA E DAL MONDO SARDEGNA AKHELA, NESSUN PIANO DI SALVATAGGIO: L’ASSORDANTE SILENZIO DEI MORATTI E I TEMPI LUNGHI DELLA POLITICA
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Akhela era il piccolo gioiello ITC sardo dei Moratti, una società creata per traghettare SARAS e la Sardegna nel terzo millennio con progetti informatici innovativi.
Grazie a sostanziosi contributi pubblici (circa 78 milioni di euro), i Moratti rinnovarono gli impianti della raffineria perché rimanesse competitiva nel mercato energetico, con l’impegno di creare occupazione nell’isola in settori alternativi a quello petrolifero. Seguendo quindi le linee della New Economy, la famiglia Moratti investì nella ricerca e nell’innovazione dando vita ad Akhela. Quei contributi – tutti spesi realmente per gli obiettivi dichiarati? – in oltre 10 anni, hanno consentito di trasformare Akhela in una realtà di eccellenza nel settore ICT regionale e nazionale – le sedi aperte anche sulla penisola, Maranello, Milano, Roma e Torino, ne sono una conferma – con figure altamente specializzate e un know-how predisposto anche per il mercato estero. Di fatto, una occasione importante per Akhela e per tutta l’isola.
Nel 2012, Saras decide però di vendere Akhela al gruppo SOLGENIA, presentato come una importante realtà nazionale del settore ICT con sedi anche all’estero. Saras vuole quindi concentrarsi sul proprio core business energetico, affidando così la suacreatura a un imprenditore che le avrebbe consentito di intraprendere quel percorso di espansione e consolidamento in Italia e all’estero. In ogni caso, la casa madre continua a mantenere un cordone ombelicale con Akhela, non solo garantendo i contratti già in essere, ma inserendo perfino un uomo di sua fiducia nel Consiglio di Amministrazione della società.
Viste queste premesse, come mai, a circa due anni e mezzo dalla vendita, Akhela è passata da una fase di espansione a una di forte contrazione, con la perdita del ramo Finance di Roma e di tutte le 80 figure professionali altamente specializzate ad esso collegate? Perché non ha ancora un piano industriale credibile? E soprattutto, come ha fatto a generare un disavanzo di bilancio di oltre 2 milioni di euro che ha portato l’azienda ad aprire una procedura di mobilità per 49 persone sulla sede sarda di Macchiareddu, minando seriamente la tenuta dell’azienda e interrompendo bruscamente tutte le prospettive di crescita e di internazionalizzazione?
Le qualità del nuovo imprenditore, scelto da Saras, avrebbero dovuto creare un quadro nettamente diverso.
Possibile che ai Moratti non sia sorto alcun dubbio sapendo che, già all’atto della vendita nel 2012, la nuova proprietà presentava al suo interno aziende in sofferenza che oggi sono fallite?
L’attuale situazione di Akhela porterebbe quasi a sospettare che non si sia trattato di una “svista” imprenditoriale ma di un progetto ben definito di “smantellamento” affidato da Saras a una delle tante società specializzate, ormai presenti in Italia e all’estero. Sarebbe anche scoraggiante scoprire che, magari, al completamento dell’operazione di dismissione di Akhela, il “furbo” imprenditore riceva anche un bonus per il raggiungimento dell’obiettivo.
Qualche perplessità è lecita se si analizza la realtà dei fatti che si apprende dalla stampa e dai media locali. Precisamente, a quanto pare la procedura di mobilità interviene pesantemente sui lavoratori senza toccare la classe manageriale, vera responsabile della fallimentare situazione economico-finanziaria dell’azienda. Se si vivesse in un paese coscienzioso, visti i numeri drammatici presentati, il management avrebbe dovuto dimettersi come atto dovuto alla proprietà e ai lavoratori che credono nella loro azienda e vogliono che sopravviva. Infatti, i dipendenti sono disposti a grandi sacrifici, accettando persino un contratto di solidarietà che salvaguarderebbe l’occupazione e l’integrità dell’azienda. All'opposto, siccome non viviamo di favole, il management è ancora lì, con il suo lauto stipendio, in barba ai licenziamenti che toccheranno i lavoratori dal 26 settembre in poi, data conclusiva delle trattative istituzionali tra parti sociali e azienda.
In situazioni come queste, ormai sempre più frequenti in Italia, spesso sentiamo gli imprenditori proclamare che i licenziamenti sono fondamentali per salvare le aziende. È difficile capire come si possano salvare le aziende eliminando il personale, cuore pulsante delle stesse, senza avere a supporto un piano industriale di rilancio. Questa è invero la situazione di Akhela che attende dalla nuova proprietà un piano industriale dal 2012. Certo che in circa due anni e mezzo di analisi e studio ci si aspetterebbe un piano che non solo rilanci Akhela, ma tutta l’industria sarda ormai martoriata!
È possibile anche che, senza un piano industriale e il mantenimento dell’alto costo del rovinoso management, tra qualche mese Solgenia potrebbe accorgersi che il risparmio ottenuto con il sacrificio dei 49 licenziamenti non sia sufficiente per salvare Akhela. Potrebbe quindi decidere di vendere tutte le sedi presenti sulla penisola e di ridurre ulteriormente l’organico della sede di Macchiareddu. Che cosa rimarrebbe a questo punto di Akhela?
Inoltre, l’azienda rischia di implodere perché, in questo clima di incertezza, molte delle alte professionalità presenti nell’azienda ICT stanno iniziando ad abbandonare la nave, accettando proposte di lavoro all’estero e sul territorio nazionale, con una perdita doppia per la Sardegna. Sì, un danno doppio perché quelle professionalità sono state formate con i soldi dei finanziamenti pubblici erogati a Saras, oltre che per i propri specifici obiettivi, per creare occupazione nell’isola e la loro “fuga” indebolisce un settore, quello ICT, che potrebbe diventare strategico per il rilancio dell’economia isolana.
ICT significa soprattutto innovazione e ricerca, sostantivi che ritornano come una eco lontana della campagna elettorale dell’attuale presidente della Regione Pigliaru. Ecco appunto, (!) le istituzioni dove sono? Che cosa stanno facendo per salvare una società all’avanguardia come Akhela, nata e cresciuta sul territorio sardo?
Le massime istituzioni sarde, Presidente e Assessore all’Industria hanno incontrato su tavoli separati i lavoratori e la proprietà in un balletto che però sembra aver portato a un nulla di fatto. Di conseguenza, è molto probabile che la Regione rimarrà presto delusa perché, nonostante la recente richiesta dell’Assessore all’Industria di sospendere la mobilità nell’attesa della presentazione del piano industriale da parte di Solgenia, il “giovane” imprenditore, sicuramente un eccellente affabulatore, procrastinando questo impegno, segnerà un destino diverso per Akhela: la sua scomparsa!
Forse la Regione dovrebbe pretendere subito non solo il piano industriale e la sospensione della mobilità come atto di serietà per gli impegni presi di fronte alle istituzioni, ma soprattutto un tavolo di confronto regionale con tutti gli attori della vicenda: Saras, Solgenia e il sindacato in rappresentanza dei lavoratori.
Purtroppo, si sa che la politica non viaggia così rapidamente come le lettere di licenziamento che dal 26 settembre potranno partire, ma ha i tempi dilatati che i lavoratori che stanno per ricevere quelle lettere non possono permettersi.
Naturalmente, il quadro immaginato potrebbe anche essere fanta-politica e prima del 26 settembre un coup de théâtre potrebbe ribaltare la situazione dimostrando tutto il contrario di quanto prospettato.
Infatti, visto che la raffineria non vive in un mondo parallelo rispetto al territorio sardo, ma l’impatto positivo e negativo su di esso è enorme da circa 50 anni e che l’obbligo occupazionale ha permesso di creare una realtà di eccellenza come Akhela, i Moratti dovrebbero dare un segno. Da rispettabili imprenditori, quindi, potrebbero ancora fungere da deus ex machina per dare un finale positivo alla vicenda e mostrare quanto tengono alla Sardegna, una regione che ha fatto la loro fortuna.
di Janscky for WEEK END MAGAZINE
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