I carabinieri preferiscono tacere: sono accusati dell'omicidio colposo del pusher tunisino Bohli Kayes, 35 anni, secondo l'accusa, asfissiato durante l'arresto aSanto Stefano al mare, a pochi chilometri da Sanremo. Il legale che difende i militari spiega che "l'atteggiamento dei suoi clienti non vuole essere quello di chi non collabora, ma di chi è garantista".
Ma il procuratore capo di Sanremo, Roberto Cavallone, è convinto che "se chi sa continuerà nel silenzio, al processo assisteremo ad uno scontro tra perizie. Sarà un brutto processo quello che si profila". E poi, cancellando ogni dubbio diplomatico, afferma: "Una cosa è certa: qualcuno ha fatto un uso eccessivo della forza. C'è una grossa responsabilità da parte dello Stato. E' una morte di cui lo Stato deve chiedere scusa alla famiglia".
Tre sono i carabinieri inquisiti. Uno di loro è stato da poco trasferito perché aveva ricevuto una busta con tre proiettili ed un messaggio in cui era scritto "Questi sono da parte di Kayes", il tunisino morto.
E' convinzione della Pocura che lo spacciatore, fermato la notte del 5 giugno dopo un inseguimento nel comune di Riva Ligure, sia morto per la violenza con cui è stato catturato. Il medico legale, Simona Delvecchio, sul referto dell'autopsia ha scritto: "Arresto cardiocircolatorio neurogenico secondario ad asfissia violenta da inibizione dell'espansione della gabbia toracica". In altre parole, nelle fasi della cattura, mentre Bohli a terra scalciava al punto da ammanettarlo anche alle caviglie, i militari gli hanno schiacciato con forza il torace. Questa è la ricostruzione più probabile, anche se non è escluso che un successivo schiacciamento possa essere avvenuto in auto, nel brevissimo tragitto verso la caserma.
Ma la morte di Bohli si accompagna a velenosi retroscena. A cominciare da un "corvo". Alla fine di giugno si parla di una foto su Facebook che ritrarrebbe Bohli a terra, forse appena arrivato in caserma prima che i militi della Croce Verde giungano per soccorrerlo. Sotto la testa una giacca ripiegata, sul volto delle ecchimosi. L'immagine è accompagnata da una didascalia: "Così hanno massacrato il tunisino". La foto scompare ma il giallo resta. Probabilmente è stata scattata da uno dei tre carabinieri, forse non per denunciare un abuso ma a mo' di trofeo, stile truppe Usa in Iraq. Però inizia a girare su altri telefonini e qualcuno, scandalizzato, decide di renderla nota. "L'abbiamo cercata - spiega il procuratore Cavallone - ma non siamo riusciti a trovarla, ne sono state cancellate tutte le tracce informatiche".