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NEWS ITALIA E DAL MONDO Ogni 4 minuti un giovane perde il posto

3 Ottobre 2014, 10:59am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

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228083 1047752848357 3575 nINSERITO DA GIUSEPPE D'ALESSANDRO Mentre in Parlamento si litiga sull’articolo 18, l’Istat continua a sfornare i dati del fallimento delle politiche occupazionali adottate finora. La disoccupazione giovanile ad agosto è balzata al 44,2%, in aumento di un punto percentuale rispetto al mese precedente e di 3,6 punti in dodici mesi. In totale, i giovani disoccupati sono 710 mila. In un anno 88 mila giovani sotto i 25 anni hanno perso il posto. Il che vuol dire che ogni giorno oltre 240 under 25 sono usciti dal mercato del lavoro; uno ogni quattro minuti. Il premier Matteo Renzi, con la formula di Garanzia Giovani, aveva promesso 900 mila posti ma al momento questo strumento si è rivelato un flop. Numerose sono le richieste ma molto scarse le offerte: dopo quattro mesi dall’avvio di questo meccanismo sono 189.111 i giovani che si sono registrati ad oggi, solo 49.357 sono stati convocati dai servizi per il lavoro e 31.297 hanno ricevuto il primo colloquio di orientamento. Risultano soltanto 11.703 le occasioni di lavoro, per un totale di posti disponibili pari a 16.949. Sarebbero quindi circa 97 al giorno le offerte di impiego finora pervenute.

Dalle rilevazioni dell’Istat emerge che ad agosto si è toccato il livello di disoccupazione più alto mai raggiunto dal 2004, (inizio delle serie storiche mensili), e dal 1977, inizio delle pubblicazioni delle serie storiche trimestrali. I disoccupati tra i 15-24enni sono 710mila.

La percentuale degli occupati è un risicato 15%, in calo di 0,5 punti percentuali su mese e di 1,4 punti rispetto allo scorso anno, ai minimi anche in questo caso dal 2004 e dal 1977.

Questi dati sulla situazione giovanile sono talmente gravi da eclissare i lievi miglioramenti dello scenario generale. Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 134 mila, è diminuito ad agosto del 2,6% rispetto al mese precedente (-82 mila) e dello 0,9% su base annua (-28 mila). Il tasso di disoccupazione è così al 12,3%, in diminuzione di 0,3 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,1 punti nei dodici mesi.

Tant’è che il ministro del Lavoro Poletti prende in considerazione questi dati per dire che c’è qualche segnale positivo: «rispetto al mese precedente, gli occupati aumentano di 32.000 unità, il numero dei disoccupati diminuisce del 2,6% ed il tasso di disoccupazione cala dello 0,3%». Evita però di dire che la percentuale dei senza lavoro in Italia è il doppio di quella in Germania e ben superiore a quella dell’Eurozona. Il Cnel invece è più realistico. Dice che per tornare ai livelli pre crisi la disoccupazione dovrebbe scendere intorno al 7%, ma servirebbero 2 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020: un'ipotesi che «sembra irrealizzabile».

Un rapporto dell’ufficio studi della Cisl che ha rielaborato i dati del ministero del Lavoro mette in luce altri aspetti interessanti sulle cause della perdita di occupazione. Nel 2013 sono state registrate circa 9,8 milioni di cessazioni dei rapporti di lavoro di cui 113 mila sono stati licenziamenti collettivi pari al 12,3%; quelli per giusta causa rappresentano il 7,8% del totale; e quelli per giustificato motivo oggettivo sono il 77,4% del totale.

La situazione del mercato del lavoro indica che l'uscita dalla recessione sembra per l'Italia ancora lontana. Dalle tabelle dell’Istat emerge che l’economia continua a perdere colpi. L’Italia risulta ancora prigioniera della deflazione. A settembre, l'indice dei prezzi al consumo, secondo le prime stime, è sceso dello 0,1% rispetto allo stesso mese del 2013 e dello 0,3% nei confronti di agosto 2014. La flessione dei prezzi è marcata per i beni energetici (-2,8%, da -1,2% di agosto) mentre si sta riducendo per gli alimentari non lavorati (-0,9%, da -1,8% del mese precedente).

L’inflazione per il 2014 scenderebbe così allo 0,3% dallo 0,4% di agosto. Con i consumi «compressi dalle difficili condizioni del mercato del lavoro» è presumibile, secondo l’Istat che nel terzo trimestre dell’anno ci sia una nuova flessione del Pil.

Nella sua analisi, l'Istat ricorda che un supporto alla ripresa «potrà arrivare dall'indebolimento dell'euro che porterebbe ad una ripresa delle esportazioni».

Secondo gli economisti, «il deterioramento dei ritmi produttivi riflette la carenza di domanda interna che colpisce soprattutto gli investimenti». Nel rapporto si evidenzia che «negli ultimi due mesi, la fiducia delle imprese italiane è arretrata sui valori di inizio anno, con perdite più marcate nei settori dei servizi».

Le difficoltà dell'industria italiana, afferma ancora l'istituto di statistica riflettono la fragilità delle condizioni di domanda interna, per la perdita di slancio della spesa per investimenti e l'evoluzione moderata dei consumi privati, questi ultimi compressi dalle difficili condizioni del mercato del lavoro.

La flessione produttiva dell’industria è stata pari all'1% su base congiunturale, e ha interessato tutti i principali raggruppamenti di industrie. Tale andamento è apparso in controtendenza rispetto alle principali manifatture europee, contrassegnate da una stazionarietà in Francia e Spagna e da un significativo rialzo in Germania (+1,9%).

Laura Della Pasqua IL TEMPO

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