AGEROLA NEWS LA STORIA DI AGEROLA A CURA DI MICHELE PAPPACODA


A CURA DI MICHELE PAPPACODA AGEROLA NEL MEDIOEVO Gli avvenimenti di Agerola, dalla decadenza dell’Impero romano fino al secolo scorso sono intimamente legati allo splendore e alla decadenza del Ducato amalfitano, del cui territorio era parte integrante. Già nel periodo bizantino Amalfi era il centro della costiera perché qui vi risiedevano i rappresentanti dell’Impero d’Oriente. Quando Amalfi divenne la prima e più dinamica repubblica marinara del Medioevo, tutte le città della costiera entrarono nell’orbita del suo dominio, più per ragioni di comune difesa dai barbari circostanti, che per la forza delle armi. Agerola era il territorio più ampio, più alto ed anche il più lontano e per conseguenza il meno impegnato negli affari politici delle grandi città fortificate del centro della costiera. Nel corso dei secoli gli abitanti di Agerola hanno avuto sempre un carattere piuttosto difficile, abituati a lottare contro tutti gli elementi della natura, hanno avuto sempre un grande vigore fisico ed una grande fierezza di carattere.
Nel V secolo essi si convertirono al Cristianesimo e la nuova fede trasformò in parte la loro indole e i loro costumi e, come tutte le genti di montagna, abituati al contatto con la natura, hanno sempre conservato un senso profondo della religiosità della vita. Essi distrussero le edicole dedicate alle divinità pagane e in ogni parte del territorio di Agerola sorsero le chiese della nuova religione che dava alla vita un più intenso contenuto spirituale. Le città della costiera si sviluppavano e si popolavano sempre di più, i cantieri della costa avevano bisogno di legname, di operai e i mercati locali avevano bisogno di prodotti agricoli e il terreno di Agerola dovette produrre sempre più intensamente: la vicinanza di mercati così comodi e così vicini dovette far rifiorire la vita economica di Agerola, perché una parte dell’oro che affluiva in costiera risaliva anche verso Agerola. Numerose famiglie di Agerola, si arricchirono con il commercio e con altre attività e costruirono lussuose dimore, e, fra le più antiche famiglie di Agerola ricordate dai documenti sono le famiglie Sarriano, Scatola, Lantaro, Pironti, Pulcaro, Amalfitano, Cuomo, Federico, Imperato, Villani, Conte, Coccia, Casanova, Caucella, De Stefano, Coppola, Iovane, Longo, Naclerio, Acampora, Vespolo, Acunto, Avitabile, Brancati, Cavaliere, Farao, Lauritano, Avitrano, Fusco, Eboli, de Rosa, Positano, Gallo Rocco. Molte di queste famiglie sono ancora esistenti, altre sono emigrate o addirittura estinte. Agerola come aveva seguito lo splendore della repubblica di Amalfi così dovette seguirla nella tristezza della decadenza. I normanni che con la costanza e l’audacia avevano costituito dal nulla un grande regno unitario nell’Italia meridionale, occupando la costiera avevano concesso grandi privilegi ad Amalfi perché avevano bisogno della loro flotta e della ricchezza dei suoi traffici. Ma Amalfi invece aveva bisogno della sua autonomia politica per la libertà dei suoi traffici e per destreggiarsi in mezzo a popoli continuamente in guerra, giacché i suoi interessi commerciali non coincidevano con le esigenze della politica normanna. Consapevole di ciò, cercò più volte, con la forza delle armi ma soprattutto con quella della disperazione, di riacquistare la sua autonomia. Ed è proprio da questo periodo che cominciamo a trovare notizie di fondi coltivati a rose in Agerola, comunemente chiamati rosari.

L’essenza di rosa o acqua rosata, prodotta da Agerola, era particolarmente apprezzata e richiesta dagli aristocratici e cortigiani della corte di Napoli. Amalfi, già priva della sua indipendenza politica ed ormai avviata ad un lento processo di declino, fu gravemente danneggiata da una famosa tempesta del 1343, descritta a fosche tinte anche dal Petrarca. La violenza del mare sommerse buona parte del litorale della costa e della città di Amalfi, e, distruggendo porti, magazzini, arsenali e fortificazioni, colpì a morte il ducato amalfitano nelle sue risorse più vitali. In seguito al duro colpo ricevuto dalla violenza della natura, la prosperità economica del ducato di Amalfi, si ecclissò come una stella luminosa del mattino, e quello stesso mare che aveva creato la sua ricchezza, la travolse per sempre nelle sue onde infuriate. Le grandi famiglie di armatori e di mercanti che erano stati l’anima della grande potenza commerciale di Amalfi, privati delle basi navali della loro terra, emigrarono in altre città, e, con la loro scomparsa, la costiera perdette la sua grande vitalità economica. Le continue guerre civili, le incursioni dei turchi, le frane, le alluvioni, le pestilenze, i terremoti fecero il resto, e, così si sono creati secoli di vuoto, nei quali sono scomparsi documenti, chiese, palazzi e monumenti, e, quel poco che si è salvato, rappresenta ciò che è rimasto di un grande naufragio. Tutto ora è profondamente diverso e riesce veramente difficile ad immaginare una così grande operosità di uomini in una terra adatta solamente al più dolce e riposante ozio pensoso. La costiera dalla dominazione normanna passò a quella sveva e l’imperatore Federico II volle sempre che Agerola fosse conservata nel regio demanio, cioè amministrata direttamente dai propri sindaci e giudici. I normanni e gli svevi avevano creato la più grande e gloriosa monarchia d’Italia e, se avevano eliminato le autonomie locali, la loro politica tendeva a fondere i loro sforzi al solo scopo di creare un grande organismo politico capace di esercitare una grande attrazione su tutto il resto della penisola italiana. La politica dei re normanni e quella di Federico II e di Manfredi, sotto tanti aspetti, anticipò la concezione politica moderna, sia nella legislazione sia, soprattutto, nella tolleranza religiosa e nel superamento di ogni questione razzistica. Sull’esempio degli amalfitani, furono mantenuti ottimi rapporti con il mondo arabo e ciò contribuì a rendere sicura e prospera la navigazione della flotta meridionale nei porti del levante. Di ciò si avvantaggiarono specialmente gli amalfitani che avevano un’esperienza secolare nel commercio orientale. Questo processo di ripresa fu interrotto dalla sconfitta e dalla morte di Manfredi presso Benevento nel 1266. Dopo quella battaglia cambiarono decisamente le fortune del regno meridionale: si era all’alba dell’era moderna, ma proprio allora la costiera cominciava a conoscere gli aspetti più negativi del medioevo. PERIODO ANGIOINO (1266-1444) Il periodo angioino fu il più doloroso per le sorti dell’Italia meridionale. Furono vendute le città libere e furono infeudati castelli e villaggi; i nuovo signori maltrattavano, in tutti i modi, le popolazione soggette; furono imposte esose tasse e gravi limitazioni alla libertà dei traffici che portarono ad uno stato di decadenza economica e morale. Lo stato di esasperazione produsse i famosi vespri siciliani che staccarono la Sicilia che staccarono la Sicilia dal regno meridionale. Il divieto dei traffici con la Sicilia e con le altre regioni del Mediterraneo colpì definitivamente il commercio della costiera amalfitana che da esso traeva tutti i mezzi della sua esistenza. La famosa tempesta del 1343 fece il resto e così la costiera fu costretta a vivere prevalentemente di pesca e di agricoltura, in un territorio in buona parte scosceso e sterile. Le condizioni di Agerola risentirono sinistramente delle condizioni generali e lo splendore della corte di Napoli non riusciva a celare il tragico stato delle Provincie meridionali. In questo periodo la popolazione di Agerola era grandemente diminuita ed era ridotto solamente a 126 famiglie. I principi angioini che infeudavano tutto, smembrarono dal ducato amalfitano, le terre di Agerola, Pino e Pimonte e le donarono a Landolfo d’Aquino nel 1284. A quest’ultimo successe il francese Ugone di Sully nel 1294. Ma avendo questi rifiutato, Agerola, dal re Carlo II, fu assegnata a Ludovico dei Monti. In seguito re Roberto, figlio ed erede di Carlo II, al nobile napoletano Filippo Falconiero e, alla morte di costui ne divenne erede il figlio primogenito, poi la sorella Giovanna. Ai tempi di Giovanna I, Agerola fu dichiarata di nuovo demanio regio e aggregata al ducato Amalfitano di cui faceva parte da secoli. Il suo periodo di vassallaggio durò così dal 1284 al 1343. Da quest’epoca i veri protagonisti della storia di Agerola furono i banditi che seminarono il terrore nel paese e in tutta la costiera amalfitana tanto che procurarono ad Agerola la fama di essere abitata da uomini sanguinari e proclivi al delitto. Ai banditi che rendevano la vita malsicura in qualsiasi località, si aggiunsero le interminabili guerre civili fra i Durazzeschi e gli Angioini che, con violenze e saccheggi, lasciavano lunghi strascichi di odi e di sangue. Durante la guerra tre le due opposte fazioni morirono sia, il durazzesco, Carlo e sia, l’angioino, Ludovico; per cui assunse il regno Margherita, vedova di Carlo. Intanto re Ladislao, figlio di Margherita, approdò a Napoli; ma la situazione non migliorò. Molte famiglie di Agerola di Agerola in quei tempi emigrarono a Napoli dove costituirono una fiorente colonia di Agerolesi che si arricchirono coi traffici e che occuparono cariche importanti nella corte di Napoli. Un’altra famiglia di ricchi commercianti ad Agerola fu quella dei Lantaro. Di essa Lisolo Lantaro (commerciante di seta), nel 1384, prestò a Carlo II di Durazzo la somma di once 514, tari14 e gr.16. Il Lisolo fu possessore di beni feudali in Parete, in Terra di Lavoro, e fu iscritto al sedile di nobiltà di Portanuova, morì a Napoli nel 1387 e fu seppellito nella chiesa di S. Agostino della Zecca dove egli aveva fatto costruire una cappella dedicata a S. Antonio Abate, protettore del suo Paese. Amalfi intanto che era sempre appartenuta al demanio regio fu per la prima volta concessa in feudo dal re Ladislao nel 1398 con il titolo di ducato a Venceslao Sanseverino e Agerola ne seguì la sorte nel vassallaggio. Cominciò così quel triste periodo feudale durante il quale la città e le altre terre furono dissanguate dalle tasse imposte dai vari signori che si susseguirono e che pensavano soltanto a sperperare il denaro estorto dai contribuenti. Ai mali già così considerevoli creati dal malgoverno, si aggiungevano sempre le carestie e le pestilenze a rendere irreparabile la miseria. PERIODO ARAGONESE-SPAGNUOLO-AUSTRIACO (1444-1734) Nel periodo della dominazione aragonese nel regno di Napoli si ebbe una certa ripresa economica, ma il regno meridionale aveva un male cronico, che impediva costantemente il suo sviluppo, nei baroni sempre irrequieti, in continua discordia fra di loro e con il re, da cui cercavano di essere indipendenti, creando quell’ isolamento che è stato la causa di tante sventure. In rapporto alle dominazioni precedenti, la dominazione spagnuola non fu una delle peggiori e, se falsificò il nostro costume, continuò a spillare il denaro dalle ormai esauste finanze dei sudditi, assicurò per lo meno la fine dei contrasti armati delle fazioni e represse la violenza dei baroni. Intanto, nel ducato di Amalfi, al Sanseverino successe nel 1438 Raimondo del Balzo Orsini che aveva sposato Eleonora d’Aragona zia del re di Napoli. Morto il marito ebbe la reggenza del ducato la moglie Eleonora nel 1458. La duchessa prese dimora prima a Tramonti in un castello da lei fatto ampliare ed abbellire e che attualmente è adibito a cimitero; poi, nel 1460, si stabilì ad Amalfi. Sebbene la duchessa avesse più volte espresso i suoi sentimenti di fedeltà al re Ferdinando d’Aragona, suo parente, nella guerra che il re combatteva contro Renato d’Angiò, tuttavia, alla prima occasione, tradì il re e passò alla parte del suo nemico in guerra. Agerola, Amalfi, Scala, Conca ed Atrani seguirono il partito della duchessa e si ribellarono are Ferdinando. Soltanto Tramonti e Ravello si mantennero fedeli al re aragonese. La guerra fu combattuta con poca fortuna per Ferdinando che fu sconfitto nella battaglia di Sarno ma poi, ricevuti i rinforzi dagli sforza e da Antonio Piccolomini, riuscì a vincere il rivale e a conservare il suo regno. Nel’occasione di questa guerra anche per odio di famiglie, fu distrutto il borgo di Pino presso Agerola. Le città ribelli della costiera furono punite in vario modo ed Eleonora d’Aragona perdette il ducato che dal re Ferdinando fu assegnato ad Antonio Piccolomini, il quale aveva aiutato il re in un momento difficile, con decreto del 24 Maggio 1461. Nel gennaio 1493 morì Antonio Piccolomini, lasciando erede del ducato il suo figliolo Alfonso I che dopo tre anni morì lasciando la sua giovane sposa Giovanna d’Aragona incinta di suo figlio, a cui fu dato il nome di Alfonso II. questa duchessa divenne celebre per le sue tragiche vicende d’amore e di morte che commossero tutta l’Europa. In seguito alla guerra per la successione di Spagna, per il trattato di Rastad nel 1714 il regno di Napoli fu assegnato agli Austriaci che lo tennero fino al 1734 anno in cui inizia la dominazione borbonica, mentre i Comuni della costiera di Amalfi continuavano la loro stentata esistenza sotto il peso di vecchi e nuovi problemi. Anche nella miseria generale e nella tristezza dei tempi vi furono ad Agerola uomini che onorarono il loro paese distinguendosi per nobiltà di sentimento e di intelletto. Tra gli uomini illustri di quel tempo ricordiamo Andrea Vespolo che fu inviato in qualità di cancelliere nel 1503 al re Ferdinando il Cattolico, Renzo d’Acampora di Agerola fu eletto del popolo nel 1504 e la stessa carica occupò Pietro de Stefano nel 1536 e Giambattista Fusco nel 1544; Alessio Cavaliere era familiare e giustiziario di Carlo V. Originaria di Agerola fu pure l’illustre famiglia Pironti che aveva estesi poderi in Pianillo e una cappella gentilizia dedicata a S. Trofimena nella chiesa di S. Martino; da questa famiglia nacque Nicola Pironti che fu il primo duca di Campagna. Ma il più illustre figlio di Agerola in questo periodo fu Francesco Antonio Porpora. Proveniente da una famiglia originaria del Furore, nacque nel nostro paese nell’anno 1583 da famiglia di civile ed onesta condizione. Come succedeva a pochi in quei tempi e anche in quelli successivi, ebbe la possibilità di studiare le belle lettere, con molto amore. Successivamente cominciò a studiare il diritto civile e canonico sotto la guida del famoso giureconsulto Giacomo Gallo, originario di Praiano. Alla morte del grande maestro, il Porpora in un elegantissimo latino ne scrisse la vita per una valida e duratura manifestazione di stima e affetto. Dopo aver conseguito la laurea in legge, il Porpora iniziò una brillante carriera di avvocato nel foro di Napoli e divenne il più famoso fra i giureconsulti napoletani del tempo. Era già molto affermato e stimato nell’arte forense quando sentì irresistibile il richiamo e la passione delle lettere, della storia e dell’archeologia e non abbandonò mai questi studi per tutta la sua vita. Concepì allora il disegno di compilare <


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Santi del Giorno







Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 24,37-44. In quel tempo, Gesù disse ai suoi dscepoli: « Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà. »




