ROMA - «Sto per morire, sono alcolizzato»: è la confessione dell'ex campione dei pesi massimi Mike Tyson, al programma della Espn "Friday Night Fights". L'ex pugile assicura però di voler cambiare vita e chiede di essere perdonato per le «tante cose cattive» fatte nella sua vita. «Non voglio morire - dice - voglio vivere una vita diversa». E annuncia di aver già compiuto il primo passo in questo senso: «Sono sei giorni che non bevo e non faccio uso di droghe: per me è un miracolo. Fino a oggi, invece, ho mentito a tutti coloro che pensavano che fossi sobrio, ma non era così. Questo è il mio sesto giorno, non lo farò più»
26.08.2013.
INSERITO DA BARBARA PAPPACODA ROMA Senza la grancassa che accompagna le riforme della giustizia da sempre preannunciate e mai realizzate, la vera rivoluzione dei tribunali italiani sta per partire in sordina, soffocata dal clamore delle polemiche del post sentenza Berlusconi. Alla mezzanotte del 13 settembre scatterà il d-day: dalla cartina geografica spariranno formalmente 947 uffici giudiziari, pari al 47,27% di quelli esistenti, quasi uno su due. Cesseranno di esistere 30 tribunali, 30 procure, 220 sezioni distaccate e 667 sedi di giudice di pace (che però avranno un ’bonus’ fino alla prossima primavera per consentite ai comuni di verificare se potranno farsi carico del mantenimento degli uffici). Non ci saranno né esuberi né messa in mobilità: nelle sedi che accorperanno quelle soppresse saranno trasferiti 7.300 dipendenti amministrativi e oltre 2.700 magistrati (di cui 265 giudici e 112 pubblici ministeri delle 30 sedi prossime alla chiusura, circa 500 ”toghe” ordinarie delle sezioni distaccate e 1.900 tra giudici onorari di tribunale e vice procuratori onorari). La macchina è già in moto. E i risparmi calcolati dal ministero della Giustizia ammontano, a regime, a circa 80 milioni di euro l’anno, cui vanno sommati i tagli di circa il 25% di spese per acqua, luce, gas etc. Ma il vero senso della riforma non sta nell’abbattimento dei costi, quanto nell’obiettivo di recuperare efficienza e di avere magistrati più specializzati.
LE DUE MINISTRE
«E’ una riforma epocale»: il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri usa le stesse parole del suo predecessore, Paola Severino, che un anno fa aveva avviato con tenacia un percorso ad ostacoli, tra le proteste dell’avvocatura e della politica locale, e non solo. Resistenze, queste, che non sono venute meno e con le quali Cancellieri dovrà ancora confrontarsi. «Può darsi che all’inizio ci saranno problemi di avvio - dice il ministro al Messaggero - ma bisogna ragionare con buon senso, perché il meglio è nemico del bene. La legge ci dà due anni di tempo per mettere mano ad eventuali correttivi, se necessari. Ma la riforma ora deve partire e partirà. Da parte mia, ho preso un impegno e alla ripresa dei lavori parlamentari sarò in commissione Giustizia per fare un punto».
SEGNALI OSTILI
Non chiude al dialogo, il ministro, ma è decisa ad andare avanti senza cedere ad alcuno slittamento nell’avvio della riforma. Anche se i segnali ostili continuano. La commissione Giustizia del Senato, alla fine di luglio, ha dato il via libera, con il voto unanime di Pdl, Pd, Scelta Civica e M5S, a un ddl di rinvio di un anno della riforma. Il provvedimento, per ovvi motivi di tempo, non potrà essere esaminato dall’aula prima del 13 settembre. Ma il fronte del no ha perseverato, e in occasione del voto sul decreto del Fare, all’inizio di agosto, il Senato ha approvato un ordine del giorno, anch’esso bipartisan, che impegna il governo a correggere la riforma prima del 12 settembre.
IL NO DI NAPOLITANO
Ma la riforma partirà in ogni caso. Del resto, a tuonare contro i «ciechi particolarismi» del mondo della politica era stato il Capo dello Stato in persona, lo scorso giugno, quando anche il Consiglio superiore della magistratura e l’Associazione nazionale dei magistrati, da sempre favorevoli alla riorganizzazione dei tribunali, avevano registrato con preoccupazione il fioccare di ordini del giorno e di disegni di legge pro-rinvio. Niente di più anacronistico, soprattutto se si considera che la mappa dei tribunali è ferma ai tempi dell’unità d’Italia. «Ma oggi non viaggiamo più in carrozza. Senza contare che stiamo puntando molto sull’informatizzazione della giustizia», fa notare il ministro Cancellieri.
LA CORTE COSTITUZIONALE
A dare ulteriore impulso alla decisione di andare avanti è stato anche il verdetto della Corte Costituzionale, che il mese scorso ha respinto le decine di ricorsi contro il taglio ai ”tribunalini”. L’unica sede salvata dalla Consulta è stata quella di Urbino. Per il resto, i giudici costituzionali sono stati categorici: la nuova geografia non comporta alcun «impedimento o limitazione». Anzi, garantirà una «giustizia complessivamente più efficace». Prima e dopo il verdetto della Consulta la voce contraria degli avvocati si è fatta sentire. Eccome. Soprattutto nel napoletano. L’acme dello scontro è stato raggiunto lo scorso luglio, quando il ministro Cancellieri ha indicato nell’avvocatura una delle grandi lobby al lavoro per bloccare le riforme. Per quell’infelice frase, poi meglio precisata e rettificata, il ministro ha ottenuto come risposta una adesione massiccia allo sciopero di avvocati penalisti e civilisti. Le acque si sono ora un po’ calmate, ma su geografia giudiziaria e mediazione civile l’ostilità di fondo dei legali resta. Secondo il Consiglio nazionale forense la riorganizzazione dei tribunali è stata compiuta su «criteri astratti e dannosi», che porteranno «più ad un aumento dei costi che ad effettivi risparmi». L’ordine degli avvocati di Perugia starebbe addirittura meditando un esposto per interruzione di pubblico servizio in vista degli inevitabili disagi.
LE PROROGHE
Nel frattempo, al secondo piano del ministero della Giustizia, lavora a pieno ritmo una task-force, coordinata dal capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, Luigi Birritteri, che «a costo zero» e «senza consulenze» da due anni elabora dati e strategie per far partire la riforma. A quella porta hanno bussato a centinaia, tra parlamentari, avvocati, esponenti politici locali. Per chiedere un rinvio o per perorare la salvezza di questo o quel tribunale. Ma oramai il dado è tratto. E l’unica soluzione-ponte per non provocare scossoni in vista del 13 settembre è rappresentata dallo strumento delle proroghe previsto dall’art.8 del decreto legislativo sui ”tribunalini”, che permette di mantenere, per non più di cinque anni, gli immobili degli uffici soppressi al servizio dell’ufficio giudiziario accorpante. Non sarà un escamotage per aggirare la riforma - sottolineano al ministero - quanto un modo per consentire la conservazione temporanea di vecchi archivi oppure lo smaltimento delle cause pendenti, mentre quelle future saranno incardinate nelle nuove sedi. I decreti di proroga firmati dalla Cancellieri sono fino ad ora 42, di cui 22 per gli archivi. E così, ad esempio, il tribunale di Cuneo potrà ancora utilizzare i locali delle soppresse sedi di Mondovì e di Saluzzo per tre anni e sei mesi. E nella eliminanda sezione distaccata di Terracina i giudici di Latina continueranno a tenere udienza per altri due anni.
SCUOLE, ASILI E CASERME
E’ ancora presto per sapere con precisione cosa sarà dei palazzi di giustizia che dal 14 settembre ceseranno di funzionare. Dovrebbero essere riconvertiti in scuole, asili, alloggi per la polizia penitenziaria, o comunque in strutture ad uso pubblico delle comunità locali. A Chiavari ancora protestano perchè il nuovo palazzo di giustizia, costato 13 milioni di euro, non aprirà mai i battenti. Chiavari è infatti tra le sedi che spariranno. E così quel palazzo dovrà essere destinato ad altro. Ma per le nuove polemiche c’è ancora tempo.
DI SILVIA BAROCCI IL MESSAGGERO
27.08.2013
INSERITO DA M.P.Le indiscrezioni della stampa Usa: un attacco limitato, della durata di "non più di due giorni", con missili lanciati dalle navi da guerra nel Mediterraneo. Kerry: "L'utilizzo di armi chimiche da parte di Assad è innegabile".

Un attacco limitato, della durata di ''non piu' di due giorni'', con missili lanciati dalle navi da guerra nel Mediterraneo. E' questa l'opzione che il presidente americano Barack Obama starebbe valutando per rispondere all'uso di armi chimiche in Siria.
Si tratterebbe - riporta la stampa americana citando fonti dell'amministrazione - di un attacco per punire l'uso di gas che dovrebbe anche svolgere una funzione deterrente, mantenendo pero' allo stesso tempo gli Stati Uniti estranei dalla guerra civile in atto. L'attacco prenderebbe di mira obiettivi militari non direttamente legati alle armi chimiche.
Obama - mette in evidenza l'amministrazione - non ha ancora preso alcuna decisione. Gli Stati Uniti continuano infatti le consultazioni con gli alleati e avrebbero abbandonato le speranze di ottenere un'autorizzazione all'azione da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, dato il certo veto della Russia.
Proprio il Dipartimento di Stato comunica di aver rinviato il previsto incontro fra diplomatici americani e russi in programma domani a L'Aia in seguito ''alle consultazioni in corso per trovare una risposta appropriata'' all'attacco del 21 agosto in Siria. La tempistica dell'attacco - afferma il Washington Post - dipenderebbe da tre fattori: il completamento del rapporto dell'intelligence che determini la colpevolezza del regime di Assad, le consultazioni con gli alleati e il Congresso e una giustificazione a intervenire in base alla legge internazionale.
Gli avvocati dell'amministrazione starebbero infatti esaminando una possibile giustificazione legale sulla base della violazione delle norme internazionali che vietano l'uso di armi chimiche o una richiesta di assistenza da parte di uno stato vicino, come la Turchia. Nei prossimi giorni le agenzie di intelligence rappresenteranno informazioni che sostengono la tesi dell'uso di gas da parte del governo di Assad, incluse intercettazioni radio e telefoniche fra i comandanti dell'esercito siriano.
''Un'azione militare - afferma la stampa americana citando fonti - potrebbe essere ancora evitata in caso di un dietro front del governo di Assad e del governo russo che lo appoggia. Ma le attese che questo possa accadere sono basse''.
Ieri il segretario di Stato Usa John Kerry è stato chiaro: In Siria le armi chimiche sono state usate ''su larga scala'', la cosa ''e' innegabile'' e Barack Obama ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne. L'uccisione di civili in Siria è ''un'oscenita' dal punto di vista morale'' che ''dovrebbe ''scuotere le coscienze nel mondo''. Il presidente degli Usa prendera' pertanto una decisione informata su come rispondere, ha incalzato, senza pero' precisare quando.
Anche il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha usato la parola ''innegabile'' per affermare che in Siria sono stati usati gas letali, sostenendo che ci sono ''ben pochi dubbi'' che il regime ne sia responsabile. Obama non ha ancora preso una decisione, ha ribadito a sua volta, rifiutandosi di nuovo di dare indicazioni sui tempi. Sembra tuttavia che dopo oltre due anni e mezzo di guerra fratricida, e oltre 100 mila morti, per un intervento militare internazionale nel mattatoio siriano sia ora ora solo questione di giorni. Secondo la stampa britannica, il presidente Obama e il premier britannico David Cameron prenderanno una decisione ''entro 48 ore''. Poi, ''entro 10 giorni'', potrebbe scattare un attacco missilistico, forse già giovedì o venerdì.
Frattanto, la Russia continua ad ammonire sulle possibili conseguenze - ''estremamente gravi'', avverte il ministro degli Esteri Serghei Lavrov - e soprattutto a sottolineare che un intervento senza un mandato Onu sarebbe una ''grossolana violazione'' del diritto internazionale. ''Non ci sono ancora prove che l'attacco del 21 agosto sia stato opera delle forze di Assad'', ha ripetuto del resto anche oggi Vladimir Putin in un colloquio telefonico con Cameron.
Anche per il ministro degli Esteri Emma Bonino un intervento militare senza la copertura dell'Onu non è praticabile e prima di assumere qualunque iniziativa è bene ''pensarci mille volte'', perché le ''ripercussioni potrebbero essere drammatiche''. Mentre il segretario alla difesa Usa, Chuck Hagel, ha affermato che ''se ci sara' una azione, verra' concertata con la comunita' internazionale, e nel quadro di una giustificazione legale''.
Una formula vaga, a cui fanno da contraltare anche le dichiarazioni del ministro degli Esteri britannico William Hague, secondo cui un intervento per rispondere all'uso di armi chimiche è possibile anche senza il consenso unanime del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il suo collega turco Ahmet Davotoglu ha messo pure le mani avanti affermando che Ankara partecipera' a qualsiasi coalizione internazionale decida di intervenire in Siria, anche se non sarà possibile raggiungere un vasto consenso all'Onu. ''Attualmente circa 36-37 paesi stanno discutendo delle alternative. Se si formera' una coalizione contro la Siria in questo processo, la Turchia prendera' il suo posto'', ha detto. Il capo della diplomazia francese Laurent Fabius ha a sua volta affermato che una reazione occidentale verra' concordata ''nei prossimi giorni'', pur se ''non è stata ancora presa alcuna decisione''. E la cancelliera tedesca Angela Merkel, pur finora contraria ad un intervento militare, ha oggi detto che l'attacco del regime siriano alla periferia di Damasco ''deve essere indagato'' e soprattutto che ''non puo' essere lasciato senza conseguenze''.
Anche la Nato è convinta che ''qualunque utilizzo confermato di armi chimiche rappresenta una chiara violazione del diritto internazionale'', affermando tuttavia che si tratta di ''una questione che l'intera comunità internazionale deve affrontare''. In quest'atmosfera, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha assicurato, rispondendo ad una domanda, che anche se dovesse esserci un attacco armato in Siria, la Russia ''non ha piani di scendere in guerra con chicchessia''. Parole che sembrano far trasparire la convinzione che un attacco sia comunque imminente. Cosa che d'altronde non appare esclusa neppure nelle parole del presidente Assad al quotidiano russo Izvestia, secondo le quali gli Usa ''falliranno'' se attaccheranno, ''così come in tutte le precedenti guerre che hanno scatenato, dal Vietnam ad oggi''.
RAINEWS24
28.08.2013
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA ROMA - A 96 anni ha partecipato a un concorso per giovani musicisti con una canzone d'amore in ricordo della moglie, morta questa primavera dopo 75 anni di matrimonio.
Così Fred Stobaugh, un americano dell'Illinois, è diventato probabilmente la star più anziana del web. Il suo brano "Oh sweet Lorraine" è stato ascoltato 400mila volte su YouTube.