PRIMO PIANO E ANTEPRIMA «Femminista per mia figlia, noi donne insieme possiamo ancora cambiare il mondo. L’8 marzo? È sdoganato, ma è giusto ricordare»

/image%2F1394276%2F20260308%2Fob_7057cb_2.jpg)
INSERITO DA MIKI PAPPACODA Nel cuore di Trastevere, a Roma, c’è un luogo dove adulte e bambine possono unirsi e sentirsi al sicuro. Si tratta della Casa internazionale delle donne, situata lungo via della Lungara, frequentata da più di 30mila donne l’anno che si impegnano ogni giorno per portare avanti la memoria del femminismo e la lotta per ottenere eguali diritti. «La Casa rappresenta tutte, nel bene e nel male», commenta Dalila Novelli, una delle tante voci che ancora oggi urlano all’«emancipazione» e alla «libertà».
«Portiamo sulle spalle il peso di anni e anni di sottomissione, al tempo credevamo davvero di cambiare il mondo», dichiara a Leggo la presidente dell’associazione Assolei - impegnata nella lotta contro la discriminazione, la molestia e le violenze di genere - in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna.
Classe 1954, Dalila inizia a scendere nelle piazze romane intorno agli anni ‘70, periodo in cui il movimento femminista inizia ad affermarsi e a richiedere più diritti per le donne nel mondo del lavoro. Novelli, come altre giovani, si sente protagonista di quel momento storico e politico. «Però la mia è una storia ben diversa - afferma - mi sono sposata presto e in quegli anni ero già mamma. Una maternità tanto cercata, voluta e vissuta bene. E siccome avevo una figlia a casa, mi sentivo in dovere ed ero convinta di abbracciare la causa per regalarle un futuro migliore». Mentre si impegna nella politica, riesce a vincere un concorso pubblico e a ottenere quel riscatto lavorativo che in tante cercavano.
«“Liberazione” e “uguaglianza” erano le nostre parole d’ordine - continua - si sentiva il grande bisogno di essere autonome e credevamo che qualcosa potesse cambiare». E così succede, tanto che molte sue compagne iniziano a rivendicare una propria emancipazione nella vita privata, facendo saltare matrimoni e relazioni. Proprio su questa scia inizia a prendere forma il progetto Assolei, creato da un gruppo di donne per contrastare discriminazioni, molestie e violenze in famiglia e in società.
L’associazione prende vita nel 1993 e trova il suo primo “nido” proprio all’interno della Casa internazionale delle donne, nata invece alla fine degli anni ‘80. «La Casa ci aveva aggregato in parecchie», ricorda Dalila. All’interno delle mura del complesso monumentale Buon Pastore iniziano le prime ricerche a sfondo sociologico, realizzate in collaborazione con le università del territorio - come La Sapienza - e mirate a evidenziare le molestie subite da molte donne sul posto di lavoro, specialmente nel settore terziario: «Ma noi non eravamo le sole a combattere questa situazione, l’autocoscienza femminile era esplosa e aveva portato a galla tutte queste sofferenze. Tutte noi volevamo rimboccarci le maniche per cercare di trovare una soluzione».
L’associazione Assolei rimane all’interno della Casa fino al ‘97, anno in cui riesce a trovare una propria sede in via Benedetta, al civico 28.
Poi la stessa Dalila ne diventa presidente, riuscendo a far unire alla causa psicologhe, avvocate e aprendo anche diversi centri anti-violenza.
Nel corso degli anni l’impegno di Novelli e delle altre associazioni presenti nella Casa non si limita soltanto a contrastare le differenze nel mondo del lavoro. «Una situazione che, però, oggi non è ancora migliorata - commenta Dalila - in quegli anni, alla fine, abbiamo dovuto cedere al compromesso di dividerci tra famiglia e carriera. Dando all’uomo la possibilità di continuare a scegliere solo la professione, perché alla fine c’eravamo noi a casa con i figli. Ne paghiamo ancora il caro prezzo, perché le donne che contano nelle alte cariche sono ancora troppo poche». A questo punto la domanda sorge spontanea: gli uomini potranno mai essere femministi? «Ne esistono molti rispettosi - risponde - ma alla fine il femminismo è di chi lo vive».
Tra le battaglie più importanti, Dalila ricorda l’impegno della sorellanza per il sostegno al divorzio e all’interruzione di gravidanza: «Ci aiutavamo senza pensare alle conseguenze, c’erano sorelle che accompagnavano le altre all’estero per abortire. “Le donne con le donne possono” era tra i nostri slogan e nessuno osava metterlo in discussione». Una forza che oggi la 72enne ritrova in molte giovani che aderiscono a nuovi movimenti, come Non una di meno: «È tra i più forti ed è uno dei simboli del cambiamento del femminismo, in quanto si è aggiunta anche la lotta transfemminista».
La memoria di Dalila Novelli e di tutte le altre donne che si sono impegnate nella lotta all’uguaglianza assume un certo valore l’8 marzo, la Giornata internazionale della donna. «Ormai è un concetto sdoganato, in tutti i Comuni ci sono cartelli che sottolineano come non bisogna ricordare le donne solo l’8 marzo, come non bisogna lottare contro la violenza solo il 25 novembre. Però è giusto avere una giornata internazionale, serve a non dimenticare», commenta Dalila. La data è stata scelta per ricordare la manifestazione delle donne operaie di San Pietroburgo del 1917, durante la quale chiesero la fine della guerra. Da allora è diventata un simbolo per tutte le lotte portate avanti per raggiungere l’uguaglianza dei diritti.
Una speranza, secondo Novelli, non troppo lontana se si rimane unite. «In questo momento è difficile pensare al futuro, visto che le guerre incidono sulle donne in una maniera molto tragica - conclude - non stiamo vivendo un momento facile, ma è dai momenti di crisi che aumenta la nostra forza. Lo vedo anche dalle mie nipoti, che sono determinate. Ho speranze, insieme ce la possiamo fare». Perché «le donne con le donne possono».
/image%2F1394276%2F20210111%2Fob_9cffcd_1.jpg)