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NEWS ITALIA E DAL MONDO «Paralizzato da quando avevo 11 mesi, muovo la sedia a rotelle con il mento. Fine vita? Una libera scelta, ma io voglio che lo Stato mi aiuti a vivere bene a casa mia»

20 Settembre 2025, 08:39am

Pubblicato da Miki Pappacoda

INSERITO DA MIKI PAPPACODA «Se non ce la fai da solo, vai in una Rsa. Sarebbe questa la risposta delle Istituzioni». Il peggior incubo, per Alessandro Crescenzi, 68enne di Frosinone residente a Roma, costretto da sempre su una sedia a rotelle. «A 11 mesi mi sono ritrovato paralizzato dopo il vaccino anti-polio che mi fece fare mia madre. Non era obbligatorio, glielo avevano consigliato e lei, che non sapeva né leggere né scrivere, si fidò. La mia sorte era segnata: disabile grave con famiglia povera? Ingresso certo in istituto. Nel mio caso dalle suore al Quarto Miglio», racconta nel suo alloggio popolare di Borgata Finocchio, mentre nei palazzi del potere è in corso l’iter parlamentare del ddl sul Fine vita. «Ognuno deve poter compiere una libera scelta. Non è una cosa che mi riguarda il fatto di morire, per me vale la vita e combattere fino alla fine per una esistenza dignitosa e in buone condizioni che lo Stato deve garantire a tutti, aiutandoci a sopportare il dolore, che in alcune situazioni è molto forte».  

I ricordi traumatici e la rinuncia, per mancanza di soldi, all’assistenza h 24 
Alessandro Crescenzi su un autobus

«Io voglio che lo Stato mi aiuti a vivere bene e dignitosamente a casa mia», ribadisce Alessandro. «In una Rsa gli costerei molto di più e la mia vita sarebbe decisamente peggiore. Troppe volte sentiamo ai tg che gli anziani indifesi in quelle strutture sono maltrattati». Le mura domestiche, invece, sono consolatorie, per lui figlio disabile di un’Italia povera che ne è stato privato, visto che i genitori non ricevevano aiuti governativi per poterlo tenere con loro. «Le poche volte che mamma mi portava a casa, le dicevo di accendere la luce. Non volevo ricordare quando una suora, per non aver fatto il segno della croce, mi aveva trascinato a terra e rinchiuso in una stanza buia», spiega Alessandro che, in istituto, ha fatto le scuole differenziali a insegnamento ridotto insieme a disabili mentali, bocciato 5 volte in prima elementare.

«Quando hanno chiuso le strutture come la ex Villa Fulvia dove stavo, sono entrato in una casa famiglia a Giardinetti. A 20 anni, al lavoro, mi dicevano che ero pericoloso per me e per gli altri. Così, ho fatto causa all’azienda, un’industria aeronautica, l’ho vinta e sono stato assunto. Ma se avessi ricevuto un’istruzione migliore, avrei svolto un impiego più remunerativo», ragiona l’uomo. Colui che, dotato di arte oratoria, poi a Frosinone è stato consigliere e assessore provinciale negli anni ‘90 con i Verdi. Le entrate mensili di Alessandro, tra pensione, accompagno e invalidità, non superano i 1833 euro. Cifra che gli impedisce di pagare due persone per l’assistenza h 24 di cui avrebbe bisogno, nella casa popolare ottenuta dopo aver trascorso un mese in tenda davanti al Parlamento nel 2003: «Passò Prodi, mi notò e il giorno dopo mi chiamarono per farmi scegliere tra 14 alloggi, ma tutti con barriere architettoniche.

Questa casa al piano terra era la soluzione migliore, ma ho speso i miei soldi per sistemarla. Serviva una stanza per chi mi doveva assistere e per installare Alexa. L’impianto di domotica che mi avevano realizzato non funzionava».

 

I supporti necessari alla vita

Alessandro Crescenzi sale su un autobus con la sua pedana Per parlare con Yorany, la donna colombiana che lo aiuta senza conoscere l’italiano, Alessandro usa un’app di traduzione e un auricolare innovativo che comanda muovendo la testa e che funziona come un mouse a distanza. Supporto necessario anche per usare il pc o il cellulare, costato alla Asl 9.000 euro. Come il joystick da mento per guidare la carrozzina da quando, da gennaio scorso, la paralisi è totale. «Prima col braccio buono giravo molto anche sui mezzi pubblici, portando con me la pedana. Ma per entrare in metro occorre avvisare, perché il convoglio deve partire un po’ dopo. A Tokyo c’è l’addetto alla pedana. E quanto mi manca viaggiare in aereo. Ho chiesto un incontro all’Enac perché serve il posto per salire a bordo con la carrozzina». Delle esperienze in Colombia, Perù e Cile vissute grazie alla generosità di alcuni amici, sono care le memorie. Come pure i cappelli riportati a casa, esposti vicino a un materasso bariatrico che evita le piaghe da decubito - e le conseguenti infezioni anche fatali - e dà sollievo ai dolori: «Ho la rotocifoscoliosi, per una frattura al femore trascurata operata dopo 4 anni. Mi hanno rovinato e con la crescita la malformazione è peggiorata. A 18 anni durante un primo intervento alla colonna vertebrale per impiantarmi due ferri, si sono dimenticati un uncino dietro alla spalla. Lo hanno lasciato. Rifarmi l’anestesia era pericoloso», spiega Alessandro che, per raggiungere l’ospedale di Pisa, viaggiava su treni merci tra galletti amburghesi «con bolla da accompagno come un pacco». La lunga causa per il risarcimento In questi giorni ci si mette pure la preoccupazione per l’appello, fissato a marzo 2026, di una causa che Alessandro sta affrontando, dopo la sua domanda di risarcimento al Ministero della Salute. «Era il 2006. Mi hanno risposto dopo 7 anni e mezzo. Quando accadde il fatto, la certificazione vaccinale non era obbligatoria, quindi non esiste e chi c’era, dal medico a mia madre che aveva dichiarato la causa effetto tra vaccino e paralisi, è morto. In primo grado, senza prove, ho perso. Ma sono nato sano e dopo due giorni dall’iniezione mi sono ritrovato paralizzato e ricoverato d’urgenza al Bambino Gesù. Un polmone di acciaio mi ha permesso di restare in vita e per lei intendo lottare, insieme a quei cari amici che mi sono accanto e con cui condivido la voglia di vivere».di Sabrina Quartieri LEGGO.IT

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