NEWS ITALIA E DAL MONDO La corsa (pazza) di Marco contro il bullismo: 100 maratone in 100 giorni. «Ho iniziato per dimagrire, ora la uso per lottare. Ma le cicatrici restano»

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INSERITO DA MIKI PAPPACODA C’è questo detto, forse un po’ campato per aria ma che serve per definire la forza di chi corre una maratona, secondo cui in media solo l’1% della popolazione corre nella vita quei 42.195 metri che resero Filippide un mito greco. È l'obiettivo di molti runner che una volta arrivati al traguardo si ritrovano col volto rigato dalle lacrime, sapendo di aver fatto qualcosa di incredibile. Marco Matteazzi, vicentino di 24 anni, di maratone ne ha appena corse 100, in 100 in giorni consecutivi e in quasi 90 città diverse. Anzi, per la precisione, ha corso 99 maratone e la 100km del Passatore, la gara di corsa su strada per eccellenza. «La settimana prossima torno a correre. Il fisico brontola, ma la testa scalpita», racconta a Leggo il giovane.
Dietro questa sfida, portata a termine il 24 maggio, c’è qualcosa di più che una semplice trovata social. «Quando ero al liceo ero in forte sovrappeso», ricorda. «Ho iniziato a correre solo per dimagrire. Quando ho visto che la disciplina mi cambiava, non solo il corpo ma la percezione di me, ho pensato: facciamo diventare la corsa un messaggio». Il primo messaggio sono state 100 mezze maratone consecutive, nell’estate 2024: «Lì ho scoperto che quando la mente decide, il corpo si adegua. Così ho rilanciato: una maratona al giorno per 100 giorni, attraversando l’Italia e parlando di bullismo». Non è uno slogan. A scuola Marco di bullismo ha sofferto sul serio: «Dai 12 ai 18 anni ero il bersaglio facile. Le cicatrici emotive restano. Con la Fondazione Libra ho trasformato la sfida in raccolta fondi». La corsa per Marco è diventata non solo un modo per lavorare sulla propria crescita personale ma anche per spronare altre persone... magari non a fare esattamente come lui: «Non consiglio a nessuno di imitarmi – precisa – però il corpo umano ha margini che ignoriamo». Il messaggio è semplice: andate oltre i limiti.
La routine vista dall’esterno potrebbe sembrare infernale: sveglia, pane e burro d’arachidi, poi una o due ore di auto verso la città scelta. «Non avevo un itinerario fisso: prenotavo l’albergo la notte prima». Una volta arrivato nella città scelta, partiva la maratona: «Spesso si aggregavano podisti locali: chi cinque chilometri, chi dieci, qualcuno 42. Finita la gara giravo i video per i social, poi tre pizze mangiate in macchina o in hotel. Niente pranzo, niente gel (carboidrati che i runner assumono durante le gare più lunghe, ndr) durante la corsa: dopo il 30° giorno li ho eliminati. In hotel facevo dieci minuti di doccia ghiacciata sulle gambe, poi stavo trenta minuti gambe all’aria, integratori e a letto. Il giorno dopo ricominciava il balletto». Da Udine a Reggio Calabria, dalla Sardegna al Molise: novanta città toccate, qualcuna bissata per questioni logistiche, ma «toccando comunque tutte le regioni italiane».
Dopo qualche tempo arrivano i conti da pagare: tibiali e polpacci in fiamme, fascite plantare, dolori vari. «Fermarmi non era un’opzione: l’unica scusa valida sarebbe stato un infortunio che mi impedisse di fare il primo passo. Ci sono stato vicino, ma quando provavo e vedevo che le gambe andavano per me era tutto in discesa. Non è mai stato un limite mentale, sono molto testardo su questo. Mi avrebbe fermato solo un infortunio più serio». A sorreggerlo c’è la testa, forgiata da un corso da mental coach e da uno staff tecnico ridotto a una sola persona, ovvero il coach che lo ha allenato per tre mesi prima del via.
Sul web intanto Marco diventa virale, e con la popolarità arrivano gli hater: «Dicevano che imbrogliavo, che offendevo la sacralità della corsa, che usavo il monopattino. All’inizio rispondevo; ora li lascio perdere. Chi odia qualcuno che corre ha problemi suoi, e mi dispiace proprio perché tra le ragioni per cui sto facendo tutto questo è per raccogliere fondi contro il bullismo e parlare di questo fenomeno su cui c’è troppo silenzio». Dall’altra parte, però, anche decine di messaggi di gratitudine: «C’è chi ha corso la prima 10 km, chi ha finito la maratona grazie ai contenuti che postavo. È lì che capisci che la fatica serve».
Infine, la 100 km del Passatore tra Firenze e Faenza, arriva il 24 maggio come sigillo: «Per molti è la gara della vita; per me era il gran finale, l’ultimo capitolo da aggiungere ai 4.300 km. L’ho chiuso in 9 ore 59’, 179° su tremila arrivati. Facile? No, ma la testa sapeva che il conto alla rovescia stava per finire». Ora è il momento di pianificare il prossimo obiettivo e la prossima sfida, su cui però non vuole esporsi ancora. Ma il sogno in testa quello c’è: «Vestire l’azzurro della Nazionale di ultramaratona». LEGGO.IT
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