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COSTIERA AMALFITANA NEWS Un anniversario di storia religiosa a Conca dei Marini

3 Settembre 2023, 09:49am

Pubblicato da Miki Pappacoda

Un anniversario di storia religiosa a Conca dei Marini

INSERITO DA MIKI PAPPACODA Il 3 settembre di quest’anno ricorrono 320 anni dalla morte di suor Maria Rosa di Gesù, fondatrice dell’ex Conservatorio/Monastero S. Rosa di Conca dei Marini. La superstite documentazione, infatti, indica che la religiosa «alli tre di ottobre 1703 ad ore sette della notte placidamente diede l’anima a Dio con concetto di santità», circondata dall’accorato cordoglio delle consorelle, tra le quali ancora alcune di quelle che l’avevano aiutata a dare concreto inizio alla regolare vita della struttura il 7 maggio 1681, dopo la sua formale istituzione il 28 ottobre 1680. Nata il 28 maggio 1654 dal ricco possidente di Conca Francesco Pandolfi e della nobildonna Giovanna Gagliano, di Vettica di Praiano, suor Maria Rosa era stata battezzata con il nome Vittoria, con il quale probabilmente i genitori vollero esprimere, in senso figurato, la gioia per la nascita di una femmina dopo cinque maschi. Peraltro la particolare predilezione per quest’unica figlia sembra confermata dal vezzeggiativo (sebbene alquanto strano) di Tolla o Tollella, che una fonte coeva indica essere stato utilizzato per la fanciulla nella più ristretta cerchia familiare. Rimasta orfana di padre a soli cinque anni (Francesco Pandolfi sappiamo essere deceduto a 60 anni il 3 giugno 1659), Vittoria crebbe sotto l’attenta tutela materna, che le impresse anche una forte inclinazione religiosa, in quanto «devotissima di tutte le chiese di detta Terra [di Conca], senza particolarità alcuna» e prodiga in «carità ed elemosina». L’ulteriore determinante elemento che segnò l’evoluzione spirituale della giovane Vittoria fu la missione popolare svolta a Conca tra il 1672-73 da don Nicola de Ruggieri, esponente di spicco della Congregazione napoletana dei Pii Operai fondata da padre Carlo Carafa. Affascinata dalla predicazione del de Ruggieri, Vittoria -che già aveva manifestato il totale disinteresse per la mondanità, rifiutando sia gli agi che le offriva l’agiata famiglia, sia il prestigioso matrimonio che questa le aveva proposto- avvertì l’intensa vocazione per la vita consacrata. Pertanto, il 25 dicembre del 1676, su indicazione del suo confessore, don Nicola Rispoli (giovane sacerdote, giunto a Conca da Vettica di Praiano pochi mesi prima come parroco di S.Giovanni Battista) ella assunse lo stato di monaca di casa, vestendo l’abito di terziaria laica domenicana, concessole da un frate dell’eremo domenicano di S. Maria a Castro nel territorio di Vettica di Praiano. Ebbe così inizio per la giovane Pandolfi una vita di assoluta povertà, penitenze, continua preghiera ed ascesi, il tutto arricchito da estasi mistiche e mortificazioni fisiche che le procurarono frequenti infermità, sopportate tuttavia senza alcuna lagnanza, con l’unico obiettivo di realizzare il costante contatto con il Signore, anche attraverso la cura dei bisognosi e la quotidiana prassi eucaristica. Peraltro, in quest’ottica, sappiamo che fu lei, con la collaborazione del suo confessore, a promuovere a Conca la ripresa della pubblica esposizione del Ss.Sacramento, che da tempo era rimasta lì una cerimonia poco praticata. Proprio l’anelito di rendere la sua vita sempre più aderente agli stimoli della vocazione, ed il desiderio di promuoverne la diffusione anche in altre pie fanciulle, indusse poi la Pandolfi a fondare il Conservatorio/Monastero, dedicandolo alla terziaria domenicana regolare Rosa da Lima, da pochi anni assurta alla gloria degli altari, con la quale ella volle condividere tanto lo specifico stato religioso quanto il nome, associandolo a quello della Vergine per la quale aveva da sempre nutrito una profonda devozione. Nell’istituto, infatti, ella trascorse il resto della sua esistenza con l’emblematico nome di suor Maria Rosa di Gesù, circondata dalla stima di importanti personalità religiose del tempo, sia locali, come il venerabile conventuale fra’ Domenico da Muro del convento francescano di Amalfi, sia di ambito partenopeo, come il già citato don Nicola de Ruggieri insieme ad alcuni altri esponenti della stessa Congregazione dei Pii Operai, oppure illustri padri della Congregazione domenicana riformata della Sanità, come Domenico Maria Marchese e Giuseppe Conti di Bagnoli, ed ancora l’oratoriano don Vincenzo Avinatri e la mistica e fondatrice di conventi suor Serafina di Dio. La profonda spiritualità e la complessiva esperienza esistenziale della Pandolfi risulta così in piena sintonia con quella delle numerose donne -monache di casa, carismatiche terziarie di Ordini mendicanti e/o fondatrici di pii istituti- che, tra la fine del Cinquecento ed i primi decenni del secolo successivo, popolarono la scena religiosa della città di Napoli, spesso contornate anche da una fama di vera o presunta santità. Ed è sintomatico, in quest’ottica, che suor Maria Rosa ebbe frequenti contatti con tale contesto spirituale partenopeo, così come fu contornata da un alone di santità, rimasto però sostanzialmente circoscritto nell’ambito del Conservatorio/Monastero, nonostante che la rilevante posizione sociale ed economica del suo casato avrebbe avuto tutto l’interesse a promuoverne il più ampio riconoscimento ecclesiale. Non a caso, comunque, la descrizione della sua morte e degli eventi immediatamente successivi, opera sicuramente di una delle sue prime consorelle, appare essere stata elaborata secondo gli schemi della letteratura agiografica, tesi a sottolineare appunto la venerabilità del personaggio: negli ultimi momenti di vita suor Maria Rosa fu infatti descritta distesa sul letto con le mani giunte, ansiosa di ricevere la Comunione e l’estrema unzione, per poi spirare dolcemente, pronunciando le ultime parole del Cristo sofferente (In manus tuas Domine commendo spiritum meum). Inoltre il documento attesta l’incorruttibilità del corpo della defunta, che, al momento di essere posto -secondo la sua volontà- nella sepoltura comune, apparve «bello che pareva d’un angelo, morbido e bianco come la neve»; così come, quando poi si decise dare ad esso più onorevole collocazione nella chiesa del Conservatorio/Monastero, si ritrovarono «le sue ossa bianche d’avolio [sic] et ancora vi era parte della pelle senza dare nessuno male odore». Tuttavia non si segnalano testimonianze di miracoli operati da lei post mortem, ma se ne indicano due prodigiose visioni notturne: la prima la notte seguente al suddetto spostamento della salma, quando, come a voler manifestare il suo consenso per la traslazione, la fondatrice si manifestò per «qualche hora» ad una delle sue prime consorelle, apparendo «risblendente [sic] più del sole», tanto che «pareva essere di cristallo finissimo o pura luce». La seconda un anno dopo la sua morte, quando ella, «vestita con il suo abito bianco, scapolario, mantesino, correa et velo nella testa con le pieghe come allora spiegate», si rivelò ad un’altra consorella per dimostrare di continuare a vegliare sulla sua comunità, e per raccomandare di conservarsi rispettosa delle pratiche da lei impartitele in vita, tra cui la puntuale ubbidienza ai superiori. Quindi, seppure non risulta che per suor Maria Rosa di Gesù si siano concretizzate le opportune formalità per un processo quanto meno di beatificazione, tuttavia a buon titolo ella avrebbe potuto annoverarsi nella cosiddetta “fabbrica dei santi” fiorita nel variegato panorama religioso del Mezzogiorno in età moderna. ANTONIO VUOLO POSITANONEWS

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