Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo www.mikivettica.over-blog.it

PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Addio a Sinisa Mihajlovic: stroncato dalla leucemia a 53 anni | La famiglia: "Un uomo unico, morte ingiusta e prematura"

16 Dicembre 2022, 17:01pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

Addio a Sinisa Mihajlovic: stroncato dalla leucemia a 53 anni | La famiglia: "Un uomo unico, morte ingiusta e prematura"INSERITO DA MIKI PAPPACODA Sinisa Mihajlovic e’ morto. Lo annuncia all’ANSA la famiglia del tecnico serbo. (ANSA). Sinisa Mihajlovic, l’uomo nato due volte…. IL RITRATTO Sinisa Mihajlovic, l’uomo nato due volte. Il destino questa volta è stato più forte di lui Andrea Schianchi 16 dicembre – MILANO Segnato indelebilmente dalla guerra etnica nell’ex Jugoslavia, Sinisa nel tempo è cambiato, restando però sempre fedele a sé stesso e ai suoi valori. Ha affrontato la malattia come sapeva fare meglio: da guerriero. Ma stavolta non ce l’ha fatta Tempo di lettura: 6 minuti Sinisa Mihajlovic aveva 53 anni. Getty Images Sinisa Mihajlovic aveva 53 anni. Getty Images Sono state due le vite di Sinisa Mihajlovic. Una “prima” e una “dopo”. Non in contrasto, però: non un’esistenza da Dottor Jekyll e una da Mister Hyde. Tutt’altro. Un filo le ha unite, solido e sempre ben teso: la tenacia e la coerenza. “Prima” Sinisa è stato un grande calciatore e un ottimo allenatore. “Dopo” è stato un uomo che, con il medesimo carattere battagliero che esibiva in campo o in panchina, ha combattuto contro il peggior nemico che possa presentarsi: il dolore. Non si può capire Mihajlovic senza osservare il personaggio da questi due punti di vista. UN PASSATO DA DURO— “Prima”, da calciatore, è stato un duro. Figlio di madre croata e padre serbo, cresciuto nella Jugoslavia del maresciallo Tito, ha visto e vissuto sulla sua pelle la dissoluzione di un impero. La guerra etnica degli anni Novanta, le atrocità, la frantumazione di un’idea che, inevitabilmente, ha cancellato ogni ipotesi di futuro, sono ferite che non si rimarginano. Spesso i suoi atteggiamenti da sergente di ferro hanno fatto sì che fosse bollato come razzista, ad esempio quando in un Lazio-Chelsea sputò ripetutamente addosso al romeno Adrian Mutu, o quando insultò il francese di origini senegalesi Patrick Vieira, o quando, da commissario tecnico della Serbia, mise fuori squadra Adem Ljajic, colpevole di non aver voluto cantare l’inno nazionale. Ma il caso più clamoroso è stato certamente il necrologio scritto in occasione della morte del suo amico Zeljko Raznatovic, capo degli ultrà della Stella Rossa e noto criminale serbo accusato di crimini contro l’umanità. A questo vanno aggiunte le parole pronunciate su Ratko Mladic, generale accusato di genocidio: “Un grande guerriero che combatte per il suo popolo”. Non uno stinco di santo, insomma, il Mihajlovic del “prima”. SINISTRO FOLGORANTE— In campo, tuttavia, pur essendo piuttosto anarchico, diede prova di notevoli qualità tecniche. Con la Stella Rossa, con la Roma, con la Sampdoria, con la Lazio, con l’Inter. Micidiali i suoi calci di punizione, calciati con il piede sinistro: di rara potenza e di altrettanto rara precisione. Gli studiosi dell’università di Belgrado, dipartimento di fisica, hanno calcolato che i suoi tiri viaggiavano a 160 chilometri orari. Per i portieri era praticamente impossibile intercettarli: se non sbagliava lui la traiettoria (difficile), era gol (molto più facile). APPARTENENZA— Da allenatore, dopo aver cominciato come vice di Roberto Mancini sulla panchina dell’Inter, si è costruito una carriera basata sul sacrificio e sul lavoro, qualità che ha sempre preteso dai suoi giocatori. Il suo “nazionalismo”, che altro non era che profondo spirito di appartenenza per il club che gli dava lo stipendio, lo ha portato in tutti gli spogliatoi nei quali è stato. Più degli schemi, più dei moduli, più delle tattiche, per Mihajlovic hanno sempre contato le qualità umane. Ovunque si è dimostrato fedele a questa idea e a questo metodo: al Bologna, al Catania, alla Fiorentina, con la sua Serbia, alla Sampdoria, al Milan, al Torino, di nuovo al Bologna. L’ANNUNCIO DELLA MALATTIA— Fin qui c’è stato il “prima”. E poi è arrivato il 13 luglio 2019, un maledetto sabato. E lì è cominciato il “dopo”. Mihajlovic annuncia di avere una forma acuta di leucemia mieloide: deve fermarsi. Saranno cure lunghe e molto pesanti, ma lui, fin da subito, reagisce alla sua maniera: “Vincerò io”. Ricoverato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, debilitato dalle pesanti sedute di chemioterapia cui viene sottoposto, non rinuncia a fare l’allenatore: segue il lavoro dei suoi ragazzi dal computer, parla con loro, al telefono o via Skype, discute con i collaboratori, programma, progetta. Vive, insomma. O perlomeno cerca di farlo, per quanto la malattia glielo permette. E tutt’Italia lo stringe in un abbraccio consolatorio che gli trasmette una forza pazzesca. I tifosi del Bologna organizzano un pellegrinaggio alla Madonna di San Luca, mentre lui combatte chiuso in quella stanza d’ospedale dove nessuno può entrare. Lotta come un guerriero, perché lui è un guerriero. L’esistenza gli ha presentato il conto, di questo è assolutamente consapevole, ma non è ancora pronto per pagare. IL RITORNO— La sera del 25 agosto, prima giornata di campionato, a sorpresa va in panchina al Bentegodi di Verona. Nessuno se l’aspettava, nessuno se l’immaginava. E così Mihajlovic diventa un esempio per chi è chiamato a lottare contro qualcosa di enorme, di sconosciuto, di terribile. È magro da far paura, i muscoli si sono afflosciati, i capelli non ci sono più, un berrettino gli copre la testa in quella calda sera d’estate. L’immagine è quella di un uomo sofferente che, tuttavia, ha ancora energie per scrivere il suo destino. Mihajlovic riesce a rimettersi in piedi, torna ad allenare a tempo pieno, anche se sa di avere una partita aperta e di non essere completamente fuori dal tunnel. Però non vuole pensarci troppo, ha fretta di mangiarsi quello spicchio di esistenza che ancora gli resta. Tre stagioni al Bologna, tre salvezze ottenute con largo anticipo nonostante i tanti problemi affrontati, e soprattutto un amore incondizionato della gente che è probabilmente il successo più bello, quello che conserva gelosamente per tirarlo fuori nelle notti in cui, non riuscendo a prendere sonno, ha bisogno di un appiglio cui aggrapparsi per uscire dal buio. La famiglia lo sorregge, la moglie e i cinque figli non mancano mai di farlo sentire al centro del villaggio, come sempre al comando del suo piccolo esercito: padre, marito e pure nonno, visto che una delle sue ragazze (Virgina) gli regala un nipotino. LA FINE— Ma la situazione, per quanto lui lotti come un leone, lentamente scivola verso il tramonto. Il 6 settembre 2022 viene esonerato dal Bologna, anche sul campo le cose cominciano a non funzionare. Lui si sottopone a nuove terapie, combatte come non ha mai fatto in vita sua e poi, alla fine di tante sofferenze, il suo corpo cede. Il corpo di un uomo coraggioso, che non sarà stato uno stinco di santo (ma nessun essere umano lo è, neanche quelli che hanno scritto il loro nome sul calendario), e che però ha insegnato a tutti come si affronta il dolore: a petto in fuori, senza nascondersi dietro falsi pudori, senza raccontare bugie né a se stesso né agli altri, sempre con tenacia e con speranza. Il destino è stato più forte di lui, perché impari erano le forze. Ma questa partita, per come l’ha vissuta e per come l’ha giocata, Mihajlovic non meritava certo di perderla ANSA

Commenta il post