LA STORIA DELL’EGITTO Il ka e il ba
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INSERITO DA MORENA MOTTA Il ba, per spiegarlo in modo semplice, era la parte dell’animo che esisteva nel tempo chiamato neheh. Rimanendo così nel costante movimento e rinnovamento del neheh, era uno degli aspetti nei quali una persona poteva manifestarsi nel corso della sua vita sociale e naturale. Ad esempio, le manifestazioni degli dèi sulla terra (sia negli elementi naturali che nelle statue che li raffiguravano) erano i ba degli dèi. Ba era anche il modo in cui si veniva percepiti dagli altri – che al giorno d’oggi potremmo descrivere con parole come “immagine” o “reputazione”. Da ciò segue che ogni effetto risultato dall’azione di una persona veniva considerato parte del suo ba.
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Dopo la morte, il ba del defunto avrebbe seguito il dio solare nel suo viaggio attraverso i cieli, ma solo se costui aveva vissuto in modo virtuoso. Era insomma la personalità di qualcuno, ciò che lo rendeva unico, e veniva raffigurato come un uccello dotato di testa umana.
Il ka era invece la parte del sé esistente nel tempo chiamato djet.
Avendo a che fare con la stasi e la permanenza del djet, associata all’oltretomba e alla fissità del suolo sotto i piedi, il ka era considerato la parte del sé che sarebbe rimasta per sempre, immune al cambiamento. Dopo la morte, permaneva nella memoria dei cari, nelle tombe o nei monumenti commemorativi, così come anche nei corpi mummificati.
Diversamente dalla nostra percezione moderna, dove il sé è di solito un concetto univoco e talvolta isolato, per gli egizi esso esisteva solamente nel rapporto con gli altri, e non aveva una reale esistenza individuale al di fuori di questo. Come il ba, anche il ka quindi era un fenomeno che poteva essere descritto a livello sociale.
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Il ka si ereditava di padre in figlio, e lo vediamo nel mito della creazione di Memphis, dove il dio Atum tramandò il proprio ka ai figli Shu e Tefnut mentre li abbracciava. Questa visione era mantenuta anche nel geroglifico del ka, che appare come un paio di braccia tese per stringere in un abbraccio. Allo stesso modo, per gli egizi l’espressione “raggiungere il ka di qualcuno” significava ricongiungersi a un antenato nell’aldilà.
Nel mondo egizio, il ka sopravviveva quindi anche dopo la morte, e per farlo doveva essere alimentato con cibo e bevande. Per questo nelle tombe venivano preparate anche numerose offerte alimentari. Inoltre, il ka poteva essere raffigurato anche come una figura doppia del faraone o del defunto, una sorta di gemello che avrebbe vissuto nel reame imperituro.
Il rapporto tra ba e ka. Quando Ra giungeva nel reame dei morti, durante la notte, si unificava con Osiride prima di tornare a sorgere il mattino seguente. Anche se Ra e Osiride sono solitamente considerati due divinità separate e distinte, nessun dio egizio ha un’identità personale assoluta e fissa, in quanto la visione del sé nel mondo egiziano aveva sempre a che vedere con il rapporto con gli altri. Quando Ra e Osiride erano uniti nel regno dei defunti, diventavano lo stesso dio, anche se provvisoriamente. Per questo gli egizi parlano spesso di Ra chiamandolo il ba di Osiride (la forma di Osiride vivente), e di Osiride come del ka di Ra (la forma imperitura di Ra).
Quando una persona buona moriva, il suo ba si unificava a Ra nel suo viaggio solare, mentre il ka si univa a Osiride nel reame dei morti, nel riposo eterno. Di notte, i due principi si sarebbero quindi riuniti assieme, per poi separarsi di nuovo all’alba. I defunti avrebbero trovato così l’immortalità sia nel neheh che nel djet.
FONTE https://arda2300.wordpress.com
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