PRIMO PIANO E ANTEPRIMA CORONAVIRUS: SINTOMI LIEVI o RIANIMAZIONE, due STUDI spiegano perché gli EFFETTI variano da persona a persona
La sintomatologia tipica del COVID, in una delle sue numerose varianti.
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INSERITO DA PRIMULA GALANTUCCI Gli effetti del coronavirus sull'organismo sono molteplici, noti fin dalla sua scoperta, a inizio 2020. La maggior parte (circa il 56%) risultano asintomatici, ovvero non presentano alcun sintomo e pertanto non sanno di essere infetti, né tantomeno contagiosi. Per quanto riguarda quelli sintomatici, invece, una buona percentuale presenta sintomi lievi, come tosse, mal di gola, qualche linea di febbre, dolori reumatici sparsi e una generale stanchezza, una condizione non diversa dalla classica influenza. Solitamente, in queste situazioni, il fastidio passa in pochi giorni e, dopo un paio di settimane, si può tornare alla vita normale. Infine, ci sono i malati più sfortunati, dove la malattia ha un decorso più severo e il quadro clinico necessita di un ricovero ospedaliero, fino ad arrivare nei casi estremi, laddove c'è necessità di terapia dell'ossigeno, tracheotomia e purtroppo può sussistere la morte.
La domanda più comune è: come mai il COVID-19 presenta un ventaglio di sintomatologia così ampio?
Prima di rispondere, è opportuno analizzare il report dell’Istituto Superiore di Sanità nell'"Aggiornamento nazionale 28 ottobre 2020″, in cui si evince che il vero danno di questo virus sia nella sua elevatissima capacità di diffusione, soprattutto dettata da soggetti asintomatici, che sono inconsapevoli di poter infettare gli altri.
Inoltre, una prima risposta potrebbe venire dal DNA, in particolar modo sul cromosoma 9: il professor Andre Franke, in un Paper pubblicato sul New England Journal of Medicine, evidenzia che il gruppo sanguigno A tenderebbe ad associarsi ad una malattia più severa, mentre quelli del gruppo 0 rischierebbero meno (sebbene nessuno sia veramente immune dal coronavirus).
Una seconda ipotesi è localizzata sul cromosoma 3: i professori Hugo Zeberg e Svante Paabo, rispettivamente del Max Planck tedesco e del Karolinska Institute svedese, hanno scoperto che questo tipo di variante sarebbe diffuso nella zona centrale dell'Asia (e meno in Indocina), solo in parte in Europa, assente in Africa.
È possibile che il cromosoma-3 (ereditato dall’Uomo di Neanderthal) possa aiutare a prevenire il decorso più grave e in genere a proteggere il sistema immunitario dalle infezioni, sebbene lo studio (non ancora ufficialmente pubblicato) abbia bisogno di ulteriori conferme. Se ciò fosse dimostrato, si spiegherebbe bene il motivo per cui nel continente africano e quello asiatico centro-orientale, il malanno si sia diffuso molto meno, a parità di densità di popolazione, rispetto ad esempio ai continenti europeo ed americano.
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