SPORT NEWS E SPORT LOCALE Insigne, il gol e quella corsa per abbracciare l'amico Carletto

Nove minuti servono a Lorenzo Insigne per entrare, segnare e correre ad abbracciare Carlo Ancelotti. All you need is love. In una partita decisiva e difficile, accade l'impensabile, un colpo di scena hollywoodiano, l'attaccante col muso e l'allenatore col sopracciglio alzato, si sciolgono in un abbraccio, e con loro il Napoli si pacifica veramente dopo un mese e mezzo di guerra fredda. La corsa di Lorenzo Insigne alla ricerca di Ancelotti è una corsa da nuova vita, un superamento delle proprie ombre caratteriali, della diffidenza e della cupezza che si porta dietro, un gotico napoletano che, però, ritrova il sole, quello tiepido della bassa padana amata da Gianni Brera. Ancelotti riceve l'abbraccio del ragazzo e lo ricambia e la squadra si stringe a coorte, dimostrando che si può stare tutti dalla stessa parte e si può ancora tirare fuori il meglio, come accade in campo contro un Salisburgo prestante e pressante, una squadra elettrica che macina gioco senza paura, anche se poi lascia delle maglie larghissime dietro, su questo dovrà lavorare l'allenatore Jesse Marsch soprattutto in Champions League. La Red Bull Arena diventa la scena per una riappacificazione fondamentale, una esplicitazione d'affetto senza remore, travolgente, che se non fa dimenticare i due gol di Dries Mertens che agguanta e supera il record di Diego Maradona comunque li sposta, portando i sentimenti in primo piano, facendo dimenticare la scollatura che rischiava di portare la squadra in una miserabile caduta che non meritava. Si abbracciano Insigne e Ancelotti e intorno a loro gli altri, corrono, nessuno vuole rimanere fuori, come se fosse una foto di gruppo in un pranzo di ricongiunzione dopo una separazione di cui nessuno sapeva dare bene una spiegazione. La partita di Insigne comincia in panchina, gli viene preferito Lozano che ha bisogno di macinare minuti e giocare palloni e lui non porta in panchina il mugugno che era stato il tatuaggio sul suo viso nelle settimane di settembre e dei primi di ottobre, tutti pensano buon segno. E deve aspettare sessantacinque minuti di gioco per alzarsi e vedere il campo, per alzarsi e andare a segnare, per alzarsi e per firmare un contratto forse persino d'affetto con un allenatore che non è mai stato un duro, uno che costruisce muri negli spogliatoi, ma anzi ha fatto del dialogo e della flessibilità insieme alla calma la sua forza, e forte e calmo rimane quando sembra il cortile di un palazzo accerchiato da tutti, strattonato e stretto, in quella che è una attaccatura spontanea di cui c'era bisogno. Insigne va in campo e porta il suo palleggio erudito, prende le misure alla fisicità del Salisburgo, alla velocità e all'assedio da pitbull che portano verso il pallone, e così quando Mertens sempre lui, che oltre ai due gol infortuna anche il portiere titolare Stankovic tirando dalla metà campo lo vede e lo serve in area, il fanciullo ferito dimentica tutto, e con una palombella beffa il portiere Coronel, e poi va oltre se stesso, completa il gol andando in panchina da Ancelotti, andando contro il suo passato, contro le sue decisioni, e abbattendo i muri che aveva edificato, e lo stringe, come si stringe un amico che non si vede da tempo e che è mancato, e tanto, e stringendolo, in terra austriaca, tutto lo stadio ha capito che quella partita era perduta, che il Napoli si era saldato, ritrovato, e non c'era speranza. La difficoltà è stata tornare in campo dopo l'abbraccio, riuscire a tenersi l'emozione e giocare, contenere, contenere ancora gli assalti del Salisburgo, saltellando, portandosi dentro l'euforia del bene, che pizzica la gola e fa brillare gli occhi. Sono serviti dei minuti per rimettersi in asse, per tornare a pensare alla partita vera e propria, e non al centro della partita che sta tutto in quell'abbraccio, che diventa semina, e speranza, sul quale bisogna costruire e difendere, una stratificazione di cose, a cominciare veramente dall'inizio della maturità (si spera) di Insigne, al processo di avvicinamento tra classe pedatoria e disciplina mentale, con la dismissione dei percolamenti d'umore. Insomma quell'abbraccio diventa codice, e patto, ed esibizione di pace. C'è una espressività nel gesto di Insigne che è liberazione e anche atto di contrizione, una oscillazione bella tra l'essere e il segnare e poi andare a ringraziare, quasi che le mosse da scacchista e le punizioni ancelottiane siano state decisive quanto il cross di Mertens per quel gol che porta la vittoria al Napoli e fa conservare la testa del girone sul Liverpool. Un gesto che azzera gli errori, che rimette tutto in pari e lo fa nel migliore dei modi con gol e vittoria al seguito. E che dietro lascia una ebbrezza sublime, senza le venature nichiliste che abitano la città, anzi, tutta la sequenza dal gol alla corsa, dal momento che il pallone entra in porta fino alla stretta delle braccia, ai tocchi e ai sorrisi, è un ritrovare il senno, un ritorno della ragione e anche delle gerarchie. Un gol e un abbraccio che diventano la possibilità per misurare la stagione.
SPORT.ILMATTINO
/image%2F1394276%2F20210111%2Fob_9cffcd_1.jpg)
