SALERNO E PROVINCIA NEWS- Campagna: uno dei maggiori campi di concentramento del sud Italia nel periodo fascista video

Inserito da Leone Buongiorno Il campo di internamento di Campagna fu uno dei principali luoghi di confino allestiti dal governo fascista. Il campo operò tra il 16 giugno 1940 e l'8 settembre 1943 ed arrivò a ospitare oltre 430 persone.
Per internamento ci si riferisce all’esilio forzato di persone in determinate località, sottoposte a speciale controllo, in particolari circostanze come ad esempio un conflitto internazionale. Può essere disposto a carico di cittadini stranieri o anche, come misura di sicurezza, a carico di cittadini proprî per motivi politici. Campi e misure di internamento vennero utilizzati in Italia già nelle guerre ottocentesche, ma il ricorso a essi divenne sistematico con le due guerre mondiali e soprattutto durante il Fascismo.
Sin dagli anni ‘20, il governo Mussolini dispose la possibilità di internare cittadini di Paesi nemici in caso di guerra e cittadini italiani per motivi politici e sociali. A questi ultimi, soprattutto militanti antifascisti e sindacali, fu applicato il “confino” politico, sorta di internamento consistente nell’obbligo di dimora in un comune lontano dal proprio luogo di residenza per lo più su piccole isole o zone povere e arretrate.
Con l’approssimarsi della guerra si stabilì che dovessero essere arrestate tutte le persone ritenute pericolose sia italiane che straniere. Si decise, quindi, che dovessero essere internati o in campi di concentramento o in località d'internamento (simili ai luoghi di confino) in base alla pericolosità. Si avviò un processo di schedatura di tutti i soggetti destinatari del provvedimento e di ricerca di luoghi idonei all’insediamento dei campi.
Tali provvedimenti restrittivi oltre agli oppositori politici e agli stranieri di Paesi nemici riguardarono principalmente gli ebrei, gli slavi e altre minoranze.
Nel 1938 con l’emanazione delle leggi razziali anche gli ebrei quindi furono oggetto di provvedimenti di internamento distinguendo però tra italiani e stranieri. Gli ebrei italiani, almeno fino all’8 settembre, venivano colpiti dal provvedimento solo se ritenuti pericolosi per motivi politici e sociali. Al contrario tutti gli ebrei stranieri furono internati per motivi razziali.
Per quanto concerne persone di origine slava, le misure di internamento si rivolsero sia a quelle di nazionalità italiana della Venezia Giulia che agli abitanti della Jugoslavia, occupata dall’Italia. I campi di concentramento per slavi, pur essendo formati prevalentemente da civili come quelli per ebrei, non erano soggetti al ministero dell’interno ma alle autorità militari e per questo si parla di “internamento parallelo”. Ciò favorì arbitri e violenze con alti numeri di deportazione con l'avanzare della guerra e l'affermarsi della resistenza anti-italiana.
Le province destinate ad accogliere internati vennero ripartite in cinque zone giurisdizionali, ciascuna presieduta da un ispettore generale di Pubblica Sicurezza, che insieme ai prefetti indicavano al Ministero dell’interno i comuni e gli edifici da utilizzare. Dovevano essere fabbricati abbandonati o scarsamente utilizzati, lontani dalla costa e da importanti vie di collegamento ma facilmente raggiungibili, isolati e controllabili ma non troppo distanti da un centro abitato. Inizialmente si puntò sulle regioni centro-meridionali che, secondo una convinzione allora molto diffusa, sarebbero state scarsamente interessate dalla guerra. A favore di tale scelta, probabilmente, influirono anche altri motivi, quali l'impervietà dei luoghi, la scarsa concentrazione abitativa e la minore politicizzazione degli abitanti.
L’Ispettore Generale di P. S. Lo Spinoso e il prefetto di Salerno Bianchi individuarono la cittadina di Campagna quale luogo idoneo per l’insediamento di un campo. Campagna era posta lungo gli argini di un torrente con vicoli angusti e tortuosi, circondata da monti e da colline che ne limitavano la visuale, tutte caratteristiche ideali per l’internamento. In particolare furono scelti 2 caserme dismesse: l'ex Convento Domenicano di San Bartolomeo e l'ex Convento degli Osservanti dell'Immacolata Concezione. Strutture di proprietà del comune, utilizzate per esercitazioni militari, su più livelli, con grandi camerate, cucine, dispense e magazzini, dotati di acqua e luce elettrica, in grado di ospitare più di 700 persone. La direzione del campo vide l’alternarsi di diversi funzionari di pubblica sicurezza: Pasquale Torella, Mario Majello, Salvatore Carrozzo, Francesco Garofalo.
Nell'ottobre del 1940, quattro mesi dopo l'entrata in guerra, l'Italia contava già 4.251 prigionieri stranieri, 2.396 internati e 1.855 confinati, di cui ben 2.142 ebrei. Alla stessa data gli internati italiani erano 1373 ed i confinati 4.732 di cui politici 2.335 (Tanzi). Il loro numero continuerà comunque a crescere, sino ad arrivare intorno alle 10 mila persone rinchiuse nei campi ed altre 8 mila al confino nel 1943 (Pederzzolli). Non chiaro il numero degli internati slavi che si stima possa oscillare tra i 20 mila ed oltre 100 mila.
A Campagna il numero degli internati, nei tre anni di attività del campo, variò notevolmente oscillando fra i 230 (febbraio 1941) e i 150 (settembre 1943). Per la maggioranza si trattava di profughi ebrei di diverse nazionalità, molti provenienti da Fiume, e vi era anche un gruppo di 40 ebrei italiani.
I campi di concentramento italiani per gli ebrei ebbero poco in comune con i lager nazisti. In generale nei campi di internamento italiani i reclusi non vennero mai trattati con crudeltà o violenza. Nonostante ciò la maggior parte degli internati visse la propria condizione tra molti disagi e sofferenze. La privazione della libertà, l'isolamento, fisico e psicologico, non potendo avere troppi rapporti con le popolazioni locali, la drammatica incertezza sul proprio futuro e su quello dei propri familiari lontani. A questo si aggiunse una scarsa condizione materiale, che peggiorò con l’inasprirsi della guerra, caratterizzata da grande penuria, affollamento degli alloggiamenti, problematiche igienico-sanitarie e alimentari con lo sviluppo del mercato nero. Ancora peggiore fu la situazione degli internati slavi con casi di maltrattamenti ed alti tassi di mortalità. Ecco perché, anche senza considerare le violenze e le deportazioni del fascismo di Salò, il giudizio sull'internamento degli ebrei dal 1940 al '43, non può che essere negativo e senza attenuanti (Capogreco).
A Campagna si creò un profondo scambio e un rapporto di aiuto reciproco tra i prigionieri e la comunità. I campagnesi donarono amicizia incondizionata e complicità, mentre i prigionieri offrirono la loro storia e le loro tradizioni. Molti degli ebrei che giunsero nella cittadina erano uomini colti e raffinati: pittori, musicisti, medici. Tennero lezioni di lingue straniere e di cultura per i giovani. E poi concerti, spettacoli teatrali, mostre d’arte. Fra i vari detenuti vi venne rinchiuso anche il pittore russo Alessandro Degai che dipinse diverse opere, regalandole ai cittadini. Inoltre tra i prigionieri c'erano molti medici che si misero a curare gli abitanti del luogo, nonostante fosse proibito dal fascismo. i prigionieri familiarizzarono con i carcerieri al punto da sfidarli in memorabili partite di calcio.
Tale cosa coinvolse anche il podestà D'Ambrosio e le autorità fasciste del luogo che tennero nascoste le attività alle autorità superiori. Anche se non mancarono lettere di protesta da parte di alti dirigenti fascisti per la troppa libertà di cui godevano gli internati ebrei nel campo chiedendo provvedimenti.
in tale contesto un importante ruolo lo giocò il vescovo di Campagna, Giuseppe Maria Palatucci, che accolse i prigionieri cercando di alleviarne le sofferenze. Infatti creò all’interno del campo una biblioteca e una sinagoga, mise su un’orchestra e permise la stampa di un bollettino del campo. Il vescovo era lo zio di Giovanni Palatucci, questore di Fiume, che riuscì a salvare dai lager oltre 5000 ebrei istriani trasferendoli, tra gli altri, anche nel campo di Campagna grazie alla collaborazione con lo zio. Giovanni Palatucci fu scoperto e poi deportato a Dachau, dove trovò la morte poco più che trentenne.
Con lo sbarco degli alleati, i campi nel sud Italia furono chiusi tutti con la liberazione e salvezza dei prigionieri. Mentre nel nord, con l’occupazione nazista e la nascita della Repubblica fascista di Salò, si trasformarono in luoghi di transito prima della deportazione nei lager tedeschi.
Quando gli anglo-americani giunsero sulle coste salernitane, l'8 settembre 1943, gli abitanti di Campagna non mancarono di aiutare gli ebrei presenti nel campo a fuggire per salvarli dai nazisti, che ne avevano già decretato l’uccisione. In questo senso si racconta la vicenda del vicebrigadiere dei carabinieri Mariano Acone. Questi, probabilmente in accordo con il vescovo Palatucci e con il tacito assenso del podestà, nel momento in cui i tedeschi cercarono di prendere gli internati come ostaggi nella fuga verso la Germania, li fece fuggire sulle montagne vicine.
Nel 2006 Campagna fu insignita della Medaglia d’Oro al Valor Civile per aver accolto diverse centinaia di persone salvandole da morte certa.
Nel convento domenicano di San Bartolomeo nel 2008 è stato istituito il museo regionale della memoria e della pace “Giovanni Palatucci”. All’interno della struttura è allestita la mostra permanente "L'itinerario della Memoria e della Pace”, che partendo dal tragico racconto della Shoah ripercorre la vicenda del campo di concentramento. Il percorso espositivo si snoda tra le varie sale del convento, ognuna dedicata ad un aspetto della vicenda, attraverso diversi linguaggi: documenti, foto, video, ricostruzioni di ambienti. Sono indicati i nomi degli internati, raccontata la loro storia e la loro vita nel campo e il loro rapporto con la comunità. Inoltre vengono ripercorse le vite e le azioni eroiche di Giovanni Palatucci e dello zio vescovo.
La mostra permanente non è solo un itinerario della Memoria, ricordando uno dei periodi più bui del ‘900, ma soprattutto un itinerario della Pace. La pace che si può diffondere raccontando l'azione di uomini buoni, come Giovanni Palatucci, e dell’immensa umanità di un’intera comunità, quella di Campagna, che ha alleviato le sofferenze dei tanti profughi.
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