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CONCORDIA SULLA SECCHIA E MODENA NEWS «Radioterapia sbagliata: dal 1996 in sedia a rotelle»

14 Ottobre 2015, 13:02pm

Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

A CURA DI MICHELE PAPPACODA  Modena. Da vent’anni, dopo la radioterapia, è su una sedia rotelle. E questa non è la cosa peggiore che è capitata a Giovanna Maria Leonardi, 63 anni, che ha visto la sua vita stravolta dopo un intervento effettuato a Modena al Policlinico.

«Ho rischiato di morire, sono arrivata a pesare 39 chili, per un anno e mezzo sono stata alimentata con un ago in vena anche dopo il mio ritorno a casa. Se non fosse stata per l’accortezza di un primario oggi non sarei qui. Ma siccome sono ancora viva, mentre invece avrei dovuto morire quindici anni fa, sono diventata un caso clinico».

La signora Leonardi riesce a trovare anche la forza per l’autoironia quando nella cucina del suo mini appartamento si guarda intorno e incrocia lo sguardo affettuoso del cane.

Il suo inferno è cominciato nel 1996 con un intervento al collo dell’utero per un brutto male. Dopo l’intervento, eseguito a Verona, le consigliarono un trattamento di radioterapia che lei, residente a Modena, preferì eseguire al Policlinico. Pelvi, addome e schiena ma sin dal primo trattamento cominciarono dolori violentissimi giorno e notte, vomito e diarrea senza tregua.

«I medici - continua la donna - mi dicevano che era normale per le prime volte - Io non riuscivo più a mandare giù niente, neppure un cucchiaino d’acqua. Da 55 chili arrivai in neanche un mese a 39 chili e ogni volta che chiedevo un chiarimento ai sanitari loro proponevano un intervento chirurgico alla pancia per vedere cosa succedeva. All’improvviso mi si aprì una fistola, giusto sullo stomaco, all’improvviso. Ricoverata d’urgenza mi trovarono con altre fistole tutto intorno all’intestino. Ricoverata in Chirurgia d’urgenza trovai il dottor Manentiche capì al volo la situazione, controllò le cartelle con le radiografie e ordinò la nutrizione parenterale. Rimasi ricoverata per un mese e mezzo, poi mi rispedirono a casa, non potevano fare più nulla.

Così cominciò, anzi continuò, la mia vita a letto. Per altri diciotto mesi continuai a nutrirmi con le flebo prima di poter riuscire a ingoiare qualche frullato, un omogeneizzato. Ma le gambe non mi tenevano più in piedi, i muscoli erano atrofizzati definitivamente.

Ma non era il peggio. Ero diventata incontinente, non potevo più uscire perché dovevo avere un bagno vicino e non ero più autosufficiente per tirarmi su e mettermi su un water. Alla schiena erano solo dolori. Così cominciai una massiccia cura di vitamina B12, l’unica in grado di fermare il vomito. Ancora oggi, con lo stomaco distrutto, le vitamine sono l’unica cosa che posso assumere per difendermi dai malori. Spendo un sacco di soldi, che non mi vengono rimborsati dall’Ausl e altrettanto devo pagare per le creme antidecubito, altrimenti sarei tutta piagata. Pare che per regola, per quelli nelle mie condizioni, la sopravvivenza sia di cinque anni. Io invece sono ancora qui, quindici anni e passa più tardi e i medici sono increduli. In questi anni ho cercato di capire che cos’era successo.

Il medico legale del tribunale ha ipotizzato un errore nell’allineamento

dei campi di radiazione, si sono sovrapposti; io ho preso radiazioni trenta volte in più del dovuto. Mi sento una sopravvissuta alla bomba atomica». La questione ora è davanti al giudice, il cammino per ottenere un possibile risarcimento è ancora lungo.

 

Saverio Cioce LA GAZZETTA DI MODENA 

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