LOMBARDIA NEWS In viaggio con Sara: «Vi racconto Pavia nella mia nuova vita»
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA PAVIA. Sara si è iscritta a Lettere moderne, ha smesso di sognare di diventare medico quando per troppo tempo la sua stanza è stata quella di un ospedale. Quando aveva 13 anni improvvisamente le sue gambe si sono bloccate. Il suo viaggio nella vita corre su una sedia a rotelle. E’ il viaggio di tutti quelli che non possono camminare, deve diventare il viaggio di chi non sa vedere.
Sara, cosa ricordi del giorno in cui hai smesso di camminare?
«Tutto. Era il 30 dicembre 2007: un’infiammazione al midollo mi ha mangiato le cellule. Mio fratello stava sistemando il camper, dovevamo andare tutti a Bologna per Capodanno. Mi sono alzata, ho sentito una scossa. Mi sono ritrovata sdraiata per terra».
Cosa hai pensato quando ti hanno detto che si trattava di una lesione grave?
«Forse all’inizio non si pensa niente. Ti sparano molti farmaci. Mi chiedono se sono arrabbiata. A volte mi dico che per fortuna è capitato a me e non ad altri, vedo persone molto più fragili».
Come hai reagito?
«Bene, ma il momento tragico l’ho avuto anch’io, a 16-17 anni. Arriva sempre, me lo avevano detto. C’è un momento di crollo. Superato quello ho capito che il peggio lo avevo passato».
Cosa ti pesa di più in questo momento?
«Il giudizio degli altri. So che mi guardano. Non dico che non devono farlo, ma so che pensano: “Peccato una così bella ragazza in carrozzina”».
Quanto è importante raccontare?
«Forse servirebbe un manuale di istruzioni, a volte un aiutino in più serve. Come serve dire agli altri che non è poi così sconvolgente, togliere i pregiudizi».
E tu sei stata aiutata?
«Sì, in ospedale ho conosciuto molta gente che era lì per i controlli periodici, in carrozzina da anni. L’aiuto deve arrivare da quelli nella mia stessa situazione. Ho tanti amici in carrozzina, ragazzi paralizzati dopo incidenti stradali. Le altre persone non sempre possono capire».
Dici spesso “tu non puoi capire”?
«Quando lo dico so che è una frase brutta, ma è così. Per quanto ti possano stare vicino, le persone conoscono la tua situazione ma non la vivono».
Stai per iniziare l’università, come è stata l’ultima estate da studentessa del liceo?
«Ho trovato il mio primo lavoretto come baby sitter e ho fatto la prima vacanza da sola con mio fratello, in Norvegia».
Hai scelto di iscriverti a Lettere. Cosa vuoi fare in futuro?
«Spero di fare la giornalista. voglio iscrivermi alla Walter Tobagi, voglio trovare la strada per realizzare il mio sogno. Che prima era un altro».
Cosa sognavi?
«Volevo fare il medico. Poi ho pensato che stavo già troppo in ospedale non per mia volontà. E che fare il medico in carrozzina non è facile».
C’è un altro sogno, questo realizzato, nella tua vita: l’handbike.
«Nel 2012 c’è stata una tappa del Giro d’Italia a Pavia, sono andata a vederlo con i miei genitori. L’impatto è stato traumatico, mi misi a piangere».
Perché?
«C’è un motivo per cui noi disabili litighiamo: la differenza tra Asl e Inail, legata quindi agli incidenti sul lavoro per cui ti passano tutto. Se invece sei “dell’Asl” hai solo una carrozzina ogni 5 anni, ma sarebbe come usare le stesse scarpe per 5 anni. Piangevo perché non potevo comprarla. Ma poi mi hanno aiutata. Adoro sentire il vento in faccia. In carrozzina fai fatica a sentirlo».
Cosa ti aspetti dalla vita universitaria?
«Che io riesca a seguire bene questo percorso senza gli ostacoli della salute. Anche se so che la salute influenzerà sempre le mie scelte “fisiche”. Da tanti anni sogno l’ambiente universitario. Vado a vivere in collegio. So che sarà bello».
Hai paura Sara?
«No. Mi metto in gioco».
DI MARIANNA BRUSCHI LA PROVINCIA PAVESE
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